Roland Garros 2019: L’altra sporca dozzina, Nadal nella leggenda, sono 12

Ineffabile. Sono finite le parole per descrivere l’impresa di Nadal. Il semplice numerino dice 12, tutto il resto non conta.

La partita

Ormai diventato un classico della terra battuta, si presentano sullo Chathier l’11 volte vincitore Rafael Nadal e quello che vincerà più di tutti in futuro, Dominic Thiem. Vengono da percorsi diversi i 2 campioni del clay. Nadal è arrivato easy all’ultimo atto lasciando un solo set per strada, mentre Domenico è stato costretto agli straordinari più e più volte, soprattutto nella sfida contro Djokovic, spalmata in 2 giorni e divisa in 4 spezzoni. Pronostici tutti a favore dello spagnolo, ma se c’è uno che può fargli male nella partita secca è proprio l’austriaco.

Si comincia con un pianto di un bambino che interrompe incredibilmente il gioco. La mamma gli aveva promesso che ci sarebbe stato Federer, però non è stato accontentato. È costretto a uscire e si può giocare. La partita è spettacolare, il meglio che si possa vedere oggi sul mattone tritato. L’intensità dei colpi di Thiem è impressionante e spinge come una donna incinta durante il parto. Dall’altra parte Nadal ribatte sempre e si esibisce in un tennis col bello stile, ed è subito magia. Le accelerazioni di Dominic sono profonde e producono spesso vincenti ed è lui infatti a procurarsi il primo break dell’incontro. Però vale poco se poi non lo riconfermi. Ci sono almeno 2 errori gravi da parte di Thiem ed è subito contro-break. Pivotante è il 7° game che va avanti per molti minuti e dopo 12 punti e una palla break annullata Nadal ottiene il servizio. Rafa mette la freccia e se ne va. È di 10 a 2 il parziale dei punti a suo favore. Break alla prima occasione e servizio tenuto con decisione. 6-3 in 55 minuti. Rafa non ha mai perso una partita al Roland Garros dopo aver vinto il 1° set. 83-0. Auguri!

Il secondo set è privo di colpi di scena, seppur non mancano le grandi giocate e Nadal si esibisce a rete come un Edberg qualsiasi. Impressionante la varietà con cui riesce a: difendere il punto a rete, mettere la demi-volèe definitiva, recuperare un drop che sembrava definitivo. Però è il servizio a comandare e non si breakka. Thiem perde solo 5 punti. Nadal fa meglio. 1 solo punto perso. 5 > 1, ma vale poco, quelli che contano sono i game e la parità domina nel set. Siamo 6-5 per Thiem. Nadal serve per rimanere nel match e ha il primo piccolo ma grave blackout della partita. Succede esattamente quello che era successo con Goffin. Game pessimo. Errori non forzati sia di dritto che di rovescio ed è break ed è set. 1 a 1. Applauso. Forse c’è una partita. Forse c’è il cambio della guardia. 7-5 in 49 minuti.

Nessuno lo sa, ma la partita finisce qua. La straordinaria potenza mostrata nei primi 2 parziali viene pagata cara dall’underdog che perde completamente le braccia e con questo la sua arma migliore. Lo stress eccessivo alle articolazioni riempie di acido lattico dei muscoli tirati al massimo. Nadal è bello lucido come i capelli di Rodolfo Valentino. È stato dietro a remare e a risparmiare energie, chiudendo di fino quando necessario. Da qui in poi inizia il massacro. Lo sguardo di Rafa è quello dei famosi occhi della tigre. Non ce n’è per nessuno. Break a zero in apertura, altro break a 15. Thiem ci mette del suo con tanti unforced, ma non può nulla contro questo ciclone incazzato. 16-1 il parziale dei punti. 4-0 pesante. Ci sono 2 giochi interlocutori in cui non ha senso premere sull’acceleratore. Meglio risparmiare qualche kilojoule. Rafa non ha pietà e breakka per la terza volta il rivale nel set. 6-1 in 30 minuti. 2-1.

Il quarto parziale è un po’ più combattuto di quanto possa fare pensare il punteggio. Rafa è costretto agli straordinari nel 1° e nel 3° gioco annullando break point in entrambi i game, ma è il break nel 2° che fa calare il sipario. Thiem salva qualcosina non capitolando nel 4° gioco risalendo la china dallo 0-40. Però la partita è andata da tempo. Arriva sul 4-1 il break finale e si chiude con Nadal al servizio. Palla lunga di Dominic. È finita. Nadal si butta a terra di schiena, sporca la maglietta gialla a evidenziatore della terra rossa di Parigi, della sua terra rossa. C’è una piccola commozione, ma non si piange. È un po’ incredulo durante la premiazione in cui un pimpante Senatore Palpatine travestito da Rod Laver, o viceversa, non si capisce, premia il vincitore. Da una leggenda all’altra. Laver vinse qua 50 anni fa e non tornò più a Parigi. Sono solo 2 i trionfi nello Slam francese, ma tutti lo ricordando con un immenso affetto per quello che ha fatto in tutta la sua straordinaria e irripetibile carriera. Sono 12. L’anno scorso Rafa disse:”I did more than I never dreamed”. Quest’anno non sapeva cosa dire. Allora meglio rimanere sul formale. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Il torneo

Il tabellone di Nadal è stato molto semplice. Fin dai primi 2 turni c’erano le 3 Q di griffiniana memoria che hanno spalancato la strada per le fasi finali del torneo. Le 3 Q che poi diventate 2 per fusione nucleare sono: Hanfmann, che è tedesco e non romano, per fortuna, e Maden. Entrambi sono tedeschi e nessuno sa chi siano, neanche in Germania. Ci sono da registrare solo i game vinti da entrambi i giocatori, rispettivamente: 6 del primo, 7 del secondo. Il terzo turno si fa più interessante e dall’altra parte della rete c’è David Goffin. Il piccolo hobbit belga una volta sarebbe stato un grande nome, oggi semplicemente non lo è. Ha la tds 27, ma vale poco. Il suo 2019 è un anno di ricostruzione per una carriera che non ha nulla da chiedere al destino. Nel 2012 fece impressione il suo exploit quando arrivò alla prima partecipazione al quarto turno sconfitto da un signor Federer, quando ancora voleva e doveva dire la sua a Parigi. In termini meramente numerici è quello che ha vinto più game contro Nadal, 13 vs i 12 di Thiem, ma nella sostanza non ha mai messo mai in difficoltà il futuro campione. Nadal ha perso un set per una distrazione che però a questi livelli può anche costare cara. Un 6-4 nel terzo set che compromette la solita statistica degli Slam vinti senza perdere set. Qui Rafa lo ha fatto nel 2008, 2010 e 2017. Peccato. Più abbordabile ma insidioso perché quasi completamente incognito è il quarto turno. C’è Juan Ignacio Londero, detto El Topo (che non vuol dire topo, ma talpa). Ha vinto a Cordoba nel primo torneo doveva aveva vinto la prima partita ATP. È il classico cagnaccio terraiolo della scuola argentina che ne ha sfornato a iosa nel corso di 50 anni di Era Open e che trova in Guillermo Vilas il suo rappresentante migliore. Finisce sotto un treno El Topo che non può fare nulla contro un Nadal che giorno dopo giorno accelera la sua condizione che sale, sale fino a raggiungere vette altissime per tutti. Forse ne basterebbe la metà, ma meglio abbondare che mancare. Nei quarti di finale c’è il cristallo di Matsue, Nishikori Kei. È il quarto di finale più abbordabile del tabellone, però va riconosciuto al giapponese il merito di essere arrivato fino a qui, eliminando in una pazza partita, e non poteva essere altrimenti, Benoit Paire. Altra mattanza di stampo terroristico-iberico. Nishikori non la vede neanche con il binocolo. Seviziato da un sadico Nadal, racimola la bellezza di 4 game in 3 set. Niente male per il numero 7 del seeding.

Finalmente ci siamo. Dopo la storica finale del 2011 in cui Federer ci aveva creduto, si rincontrano Federer e Nadal nel 39° atto della più chiacchierata e twittata rivalità della storia dello sport, il Fedal. Arrivato in semifinale per grazia ricevuta (ricevuta non a caso) ha fatto sognare tutti in un titolo che per lui è sempre stato tabù, sfatato solo da uno svedese dagli occhi di ghiaccio che per questo ha pagato con la salute. Tutti i bookmaker danno delle quote ridicole per Rafa e piazzano a 5.4-6 Roger, che pure qualche cosa potrebbe dire in questo H2H che l’ha visto trionfare nelle ultime 5 uscite. Il 23-15 è ormai segnato in tutti gli almanacchi e aggiornato con la stessa puntualità dell’orologio di Greenwich, anche se il 23-10 è storia e depositato nei libri di storia. All’inizio della partita c’è equilibrio e Federer se la gioca. Poi inizia l’escalation manacoregna e Federer annaspa come Jack Dawnson. Da una parte c’è un giocatore di tennis che come un Paul Cayard qualsiasi riesce a dominare il vento e a farlo amico. Dall’altro c’è un uomo nella bufera. Roger non sa giocare a tennis e tutte le sue armi sono spuntate. Non c’è servizio che tenga. Rovescio e dritto non vanno, mentre dall’altra parte Nadal si esibisce nel suo classico show sulla terra battuta. Il vento gli fa un baffo e vince anche il duello a rete, unico baluardo che avrebbe potuto tenere Federer in piedi. La punizione spagnola è severa, ma è frutto di una concentrazione eccezionale, anche eccessiva e non necessaria per certi versi, in un match che Nadal ha sempre onorato, e che lo pone in alto nelle gerarchie della storia del tennis, proprio perché è riuscito a battere più volte di tutti il Tennis (insieme a Djokovic). Roger torna a casa con le ossa rotte e prende la 6a batosta su 6 incontri qui a Parigi. Mai nessuno ha preso così tante sberle in uno Slam dallo stesso giocatore. La prima risale al 2005, l’ultima segna: 7 giugno 2019. 14 anni in cui c’è stato solo un padrone. Non è tutto da buttare il torneo di Federer, anzi. Agevolato da un tabellone easy riesce a portare 720 punti nel suo carniere. Punti preziosi per il resto della stagione, soprattutto a Wimbledon, che serviranno ad avere un tabellone migliore.

Seguiranno su altro articolo approfondimenti su Djokovic e Federer.

Record

Conclusione

Qui si fa la storia. Inutile ribadire alcuni concetti che ormai sono consolidati. Il più importante riguarda la Retorica. Che cos’è la Retorica? Per Retorica si intende enfatizzare oltremodo qualcosa che appare sì sotto una determinata forma ma non ha quelle caratteristiche peculiari, virtuali, fantasiose e impossibili che le si attribuiscono. Esempio: “Federer è una leggenda”. Non è Retorica. “Federer è il Tennis”. È Retorica. Perché semplicemente una parte del tutto non può essere il tutto.

Fatta questa doverosa premessa, parliamo del 12 di Nadal. Nessuno avrebbe mai pensato che qualcuno potesse vincere 12 Slam in una sola carriera. Quando vinse Borg il 6° Roland Garros nel 1981 si pensava che fosse un unbreakble record, come le 58 partite consecutive con una valida di Joe di Maggio. Invece quel record è stato superato, doppiato e disintegrato. È impossibile fare un paragone con altri sport, a meno che qualcuno tiri fuori un’analisi specifica che si basa sulla teoria della probabilità o derivati più raffinati. Non è tanto aver vinto 12 Roland Garros a essere assurdo a livello probabilistico, quanto i 12 Roland Garros in uno sport in cui una carriera di 12 anni è già un bel traguardo. Sampras vinse il primo US Open nel 1990 quando era un ragazzino e l’ultimo nel 2002, quando si considerava un vecchietto. Bene Nadal è come se li avesse vinti tutte quelle edizioni che intercorrono in 12 anni. L’idea che non ci sarà mai nessuno a breakkare (non a caso) questo record è quanto mai precisa. Se non fosse altro che, un ipotetico tennista, magari arrivato a 5-6 (e sarebbe già un’impresa epocale) sarebbe al centro dell’attenzione mediatica e quindi della pressione per raggiungere un record che sarebbe quantomeno distante minimo 6 anni. Follia.

Sono passati 14 anni dal primo Slam vinto. 14 anni in cui Nadal ha vinto dovunque più e più volte, scavando un solco irraggiungibile sulla terra battuta e aggiungendo preziosi trofei là dove si pensava non dovesse mai vincere. Storica fu la vittoria a Wimbledon del 2008 nella più grande partita di tutti i tempi. Altrettanto importante poi il titolo vinto a Melbourne nel 2009 in un’altra finale dal sapore di epica. Il cerchio si chiuse a New York 2010 e pochi avrebbero pensato che avrebbe vinto 3 Slam su 3 superfici diverse nello stesso anno. Nessuno c’è mai riuscito. Sono passati 11 anni dal 9-7th at 5th e lui è ancora lì. Quando Federer nel 2013 non vinceva nulla e si pensava che si dovesse ritirare, qualche isterico federatto diceva una frase consolatoria ma altrettanto nevrotica: “Chissà dove sarà Nadal a 33 anni…”. Eccolo qua, signori, in carne e ossa, con una grinta d’acciaio che si rinnova sempre nonostante la storia l’abbia già fatta da un bel po’. Ha passato anni duri, ma è riuscito a ritornare. L’atleta infortunato che gioca a tennis ha saputo sempre riprendersi dai mille malanni che in più di una occasione hanno fatto pensare al peggio. Ha saltato tanti tornei in cui avrebbe potuto dire la sua, ma ha saputo sempre risorge come un’araba fenice. Anche quest’anno a Indian Wells era arrivato l’ennesimo sciagurato malanno. Monte Carlo, Barcellona e Madrid potevano essere l’inizio della fine, invece sono stati i pilastri del nuovo monumento allo sport arrivato al Roland Garros. Ha saputo trovare la condizione quando serviva e ha fatto capire che fintanto che sarà al massimo nel 3 su 5 su terra non ce n’è per nessuno.

La corsa al record perverso degli Slam si riapre terribilmente. Inutile a questo punto fare un distinguo sul mero numerino che trova un suo preciso e specifico fondamento nell’analisi statistica. Nadal e Federer stanno lì in alto, mai così vicino come oggi. Rafa è il più giovane a vincere 18 Slam. Peccato che da qui in poi ci sono Slam su erba e cemento, altrimenti l’attacco apocalittico sarebbe stato possibile. Molto più facile che sia Federer a vincere a Wimbledon che Rafa. Conta poco. Per l’ennesima volta, la 13a volta in una stagione ha vinto uno Slam. Nessuno ha mai fatto come lui. Nadal fece suo il concetto di precocità, fa suo il concetto di longevità. Pochi se non nessuno ha saputo unire questi 2 aspetti che appaiono antitetici.

Va in soffitta la terra battuta e si tira fuori dall’armadio l’erba che dal 2015 dura una settimana in più e che vedrà in Wimbledon lo scenario più affascinante e prestigioso per rifare i conti. Questa settimana c’è Stoccarda e ‘s-Hertogenbosch, non ci sarà nessun big se non Tsitsipas che ormai si può considerare un top player. Ecco cosa farò, mi illuderò che sia, l’erba di casa mia.