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"Laver Cup 2018"

Laver Cup 2018: L’Europa colpisce ancora

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Non delude le attese la 2a edizione della Laver Cup, che ancora una volta vede vincitrice la vecchia Europa. A differenza dello scorso anno si è giocato un match in meno, perché Zverev ha dato la zampata giusta al momento giusto, e, per fortuna, Djokovic non è dovuto scendere in campo contro Kyrgios. Ma facciamo un passo indietro. L’anno scorso c’era stata molta incertezza circa l’evento che fin da subito era stato bollato come una “baracconata”. Però il successo dell’edizione inaugurale, frutto soprattutto della presenza e dell’affiatamento tra Federer e Nadal avevano tolto ogni dubbio circa la nuova manifestazione. Era stato lo stesso Roger a volerla, e fin dei conti si può dire benissimo che sia sua. È la sua fondazione una di quella che sgancia i soldi. L’idea di base era quella di omaggiare la leggenda vivente di Rod Laver con un evento a lui dedicato, e per farlo ci si è ispirati alla Ryder Cup di golf. Il 2 volte Grand Slammer ha visto subito di buon occhio questa idea, e, non poteva essere altrimenti, e ne è diventato subito il padrino. Ogni volta che si parla di lui si parla di: 2 volte il Grande Slam, e questo lo sanno tutti. E di circa 200 titoli. Beh, dire circa nel tennis, è come dire circa in matematica. Non ha senso. Esiste un numero preciso che ad oggi quantifica gli eventi vinti da Rocket Man e sono ben 211. Il numero potrebbe variare nel tempo (solo incrementarsi), perché ci sono diversi “tornei nascosti” che si sono giocati nell’ambito dei pro tour che sono stati dimenticati. Questa dimenticanza non è negligenza. Semplicemente i tour dei professionisti non prevedevano sempre di tornei, nel vero senso della parola, ma sfide tra i migliori che ruotavano di città in città. Però poteva capitare che nell’ambito di queste manifestazioni si organizzasse un evento con almeno 4 giocatori che si scontrava in 2 incontri di semifinale e uno di finale, assegnando così un titolo. Un evento a 4 oggi farebbe ridere, però in quegli anni erano tante le manifestazioni di questo genere, e, non essendoci un numero minimo di giocatori per definire un torneo, questi eventi danno un +1 a chi li vinceva. Ecco perché il vecchio Rod detiene uno dei tanti unbreakble record del tennis, ossia quei record che nessuno potrà mai battere.

Tornando però alla manifestazione di quest’anno non si può non parlare della sede. L’Europa aveva messo a disposizione la O2 Arena di Praga. Bell’impianto, ma di fatto senza storia. Il Team World rilancia con lo United Center di Chicago. L’arena multi-purpose dell’Illinois è famosa per essere stata il palcoscenico di uno degli sportivi più grandi della storia: Michael Jordan. Il suo 23 è appeso in alto, insieme a tante altre maglie, ma la sua brilla di una luce particolare. In realtà questa arena sarebbe anche sede delle partite casalinghe dei Chicago Blackhawks. Hockey su ghiaccio. Però, a parte gli americani, pochi ne conoscono le gesta e i giocatori. Tutti, ma proprio tutti conoscono Michael Jeffrey Jordan. Assurdo è anche pensare che negli USA ci siano decine di arene dedicate sia al basket che all’hockey su ghiaccio. Gli addetti ai lavori hanno meno di 24 ore, spesso, per smontare il parquet e mettere il ghiaccio e viceversa. Solo gli americani lo sanno fare.

I capitani delle rispettive compagini sono sempre quei 2. La strana coppia. Da un lato l’algido Borg, dall’altro il chiacchierone McEnroe. Lo svedese sembra un pesce fuor d’acqua. Poco abituato a mettersi in gioco in veste di leader e soprattutto di motivatore. Fa piacere però che il bel Bjorn sia lì, dopo una carriera non finita proprio benissimo e i tanti problemi personali che l’hanno afflitto e che per fortuna ormai sono un ricordo. The Brat, The Super-Brat parla sempre, è sempre stato il giullare del tennis, e il suo coinvolgimento da non giocatore è arrivato naturalissimo. Lui commenta da sempre. Anche quando giocava commentava i suoi match, e non aveva bisogno di un microfono. A differenza dello scorso anno pesa molto l’assenza di Rafael Nadal, che si è dimostrato un grande coach, però in cambio c’è il rincalzo serbo Novak Djokovic. Astro nascente del tennis mondiale, che si è dimostrato all’altezza dei grandi palcoscenici. Quest’anno ha solo vinto Wimbledon e US Open. Però qui vuole portare a casa qualcosa di prezioso.

Il format accattivante della manifestazione mette in chiaroscuro la prima giornata. Quella che assegna solo un punto a vittoria. Questo fa sì che i capitani non schierino da subito i loro assi perché al massimo possono giuocare 2 singolari in tutta la manifestazione. Così per l’Europa scende in campo con Grigor Dimitrov. Il decaduto Greg (se mai fosse salito). Il bulgaro sta disputando una stagione disastrosa dopo il bello fatto vedere lo scorso anno con le vittorie di Cincinnati e del Masters di fine anno. A soli 27 anni il suo picco sembra ormai alle spalle e quest’anno guarda con il binocolo anche la sola qualificazione al Torneo dei Maestri. Dall’altra parte c’è esordiente Francis Tiafoe. Giocatore di colore senza pretese. Facile arriva il primo punto per il Vecchio Continente, con Greg che non fa vedere la palla all’americano, mettendo a segno ace e servizi vincenti a iosa, in questa superficie nera che sembra tanto veloce. E forse lo è, visto che il “tappeto” è stato installato direttamente sulla pista da hockey (almeno così hanno detto). La seconda sfida era più incerta. Borg porta con sé Kyle Edmund e in qualche modo deve farlo giocare. Ci sarebbero 203 giocatori europei prima di lui, però ci vuole un po’ di pathos, altrimenti il cappotto sarebbe quasi scontato e si rischierebbe di avere una Wightman Cup bis. L’antica manifestazione che metteva di fronte gli USA e la Gran Bretagna nel tennis femminile che fu abolita perché le americane erano diventate troppo più forti delle britanniche e la manifestazione non aveva più senso (anche se durò fino al 1989). Mac mette Jack Sock, anche lui un decaduto di questo 2018, che però ha avuto le sue soddisfazioni in doppio (che vale poco o nulla). Partita equilibrata e risolta al minkiaset a favore dell’Europa. 2 a 0. Affascinante è stato il derby tra Hobbit che vedeva di fronte David Goffin e Diego Schwartzman. Goffin però, dati alla mano è un 1.80 cm, Diegolo 1.63 cm. L’Hobbit in fin dei conti è uno solo, anche se l’altro in confronto a tutta la ciurma sembra bassino. Anche qui sfida equilibrata e risolta anche al minkiaset a favore del Vecchio Continente che mette a segno il 3 a 0 con il rischio di fare lo sweep. Però ora c’è il main event, il tanto atteso doppio che vede per la prima volta dalla stessa parte della rete Djokovic e Federer. L’attesa è…normale. Non c’è nessun pathos attorno a questa evenienza, almeno non come quella dell’anno scorso quando tutti aspettavano il Fedal in unico corpo, in unico spirito. Mettiamo anche che la partita si gioca nella notte-mattinata europea ed ecco che la suspence scema inesorabilmente. L’attesa è ancora meno giustificata perché Djokovic è scarso nel doppio. Federer e Nadal hanno vinto le Olimpiadi in questa specialità, forse l’unico torneo in cui il doppio vale qualcosa. Nole non sa giocare. Diciamolo. La scarsa attitudine a rete e gli smash ciccati non sono un buon biglietto da visita in questa specialità che richiede molte volte di mettere in mostra queste qualità. Dall’altra parte ci sono Sock e Anderson, 2 che sanno giocare il doubles. Nonostante i pronostici siano a favore del Team World il Djokorer riesce a portare la partita ancora al super-tiebreak. Però questa volta capitola. Primo punto per il Resto del Mondo. Del Djokorer rimane ben poco, forse una gif in cui Nole colpisce a pallate Federer (non è questo il modo per metterlo KO). 3 a 1.

Nella seconda giornata scendono in campo i pezzi grossi e finalmente si comincia a fare sul serio. L’antipasto è formato dalla sfida tra Isner e Zverev. Il tedesco è favorito, ma non è un fulmine di guerra sull’indoor, terreno fertile peri bombardieri come Long John. Nelle prime battute Sasha sembra capirci poco e il neo papà americano bombarda senza pietà. Facile 6-3 per lui. La partita potrebbe chiudersi nel 2° set quando il Team World ha match point nel tiebreak. Però la cazzimmen teutonica si fa sentire e Alex annulla il match point vince il tiebreak e mette le cose in chiaro nel super-tiebreak. È un punto essenziale che porta l’Europa sul 5-1. Scende in campo Re Roger nel singolare e non c’è storia. Nick Kyrgios che potrebbe battere (forse) Federer solo a basket imbarca acqua da tutte le parti. Non c’è partita, così come era stato a New York. Un 6-3 6-2 che consegna un vantaggio pesante di 7 punti a 1 alla squadra di Borg. Sembra ormai fatta perché si rigioca la finale di Wimbledon con protagonisti Djokovic e Anderson. I 2 punti sembrano già in cassa, ma mai dire mai. Nole non gioca da NOLE e forse vuole preservare le energie per il finale di stagione che lo vede protagonista e in cui è chiamato a fare ancora una volta lo sweep come in passato. Novak si fa impallinare da Kevin che così accorcia le distanze e vede aprirsi la possibilità di giocarsi la coppa. La possibilità diventa concreta quando l’improbabile coppia Goffin/Dimitrov viene disintegrata da Kyrgios/Sock. Diciamo che Bjorn non ha voluto sprecare cartucce preziose e ha mandato in campo il duo più improbabile di sempre. Si chiude la seconda giornata con un onesto 7-5 per l’Europa e tutto ancora da giocare.

Nella terza giornata il doppio si gioca per primo rendendo ancora più entusiasmante il format e dando il giusto peso a questa specialità che più di ogni altra dà il senso di squadra ad una Nazionale o ad una formazione trans-nazionale, a differenza delle Davis, per esempio. Federer e Zverev fanno la loro figura, però Isner e Sock sono molto più esperti del mestiere e fanno loro i 3 punti, anche se soffrendo, portando così in vantaggio per la prima volta nella storia il Team World. Ancora una volta è tutto sulle spalle di Roger Federer che deve assolutamente vincere contro Isner. In tempi non sospetti sarebbe stata una formalità, ma il 20 volte campione Slam sta dimostrando di non essere in perfetta forma e le prime battute della sfida ne sono testimoni. Troppo brutto per essere vero. John fa il suo e porta a casa il primo set. La partita sembra scappare via, così come la coppa, ma il cuore di Federer va oltre l’ostacolo. Annulla match point sul 5-4. Si va al tiebreak del 2°. Altri 2 match point annullati, uno sul servizio americano e super-tiebreak pazzerello con 9 minibreak su 17 punti giocati. Roger ha vinto. Si capisce poco, però è certo che l’Europa è in vantaggio e se vince Sasha il trofeo rimane nel Vecchio Continente. Qualcuno vorrebbe vedere Djokovic-Kyrgios, però qui c’è da portare la pelle a casa. Non si possono fare calcoli. Sasha decide che la serata non deve essere tranquilla. Perde il primo set e nel secondo è l’unico a offrire palle break all’avversario. Però gliene basta una per piazzare la zampata vincente e mettere a segno il break che vale anche il set. Ancora super-tiebreak rocambolesco. Nessuno vuole tenere il servizio, alla fine è Sasha a gioire, preme un gas e mette a segno 5 punti decisivi. È fatta. L’Europa è ancora campione. Se l’è vista brutta. Si chiude sul 13-8. Ancora gioia e festa come l’anno scorso. Non c’è il salto di Nadal in braccio a Federer. Ma conta poco. L’imperatore Palpetine Rod consegna il trofeo al Team Europe. Il prossimo anno si giocherà a Ginevra. Il successo sarà garantito visto che si gioca a Svizzera, a casa Federer che anche da ritirato giocherà la sua manifestazione.

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