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The GOAT Theory: Federer vs Connors, 99 > 109

Posted on 02 dicembre 2018

Finora abbiamo scherzato. No, non è vero. Semplicemente ogni articolo, tranne la prima release, non è stato altro che una spiegazione di come si arriva a delle soluzioni implementative, spiegando tutto passo passo. Noi (voi) siamo abituati ad avere tra le mani solo l’output dell’algoritmo, senza avere una precisa descrizione di come questo funziona. Andare a guardare direttamente il risultato, le classifiche è una pratica banale, semplicistica e deleteria, perché non dà una corretta visione del tutto, ma solo uno scorcio parziale che inevitabilmente porta a polemiche e a non riconoscere la bontà del lavoro svolto solo perché le classifiche magari posizionano il proprio beniamino in una collocazione che non ci aggrada.

La GOAT Theory si pone come chiarissimo obiettivo di superare in maniera precisa e decisa questo limite, ponendo di fatto delle condizioni sufficienti ma non necessarie perché si verifichi un determinato assunto. Spieghiamo meglio. Mettendo a confronto 2 tennisti, 2 carriere o un sottoinsieme omogeneo di queste è assolutamente impossibile trovare un metodo unico, statico che possa mettere tutti d’accordo. Di metodi ne esisteranno N, un numero che non può essere grandissimo, teoricamente può esserlo, ma man mano che questi metodi diventano “poco ortodossi” è semplice metterli da parte. Bene, se per tutti gli N metodi o algoritmi un assunto va in una certa direzione allora possiamo dire che l’assunto di partenza è vero. Nelle famose scienze esatte questo tipo di approccio è molto raro se non inesistente. In altre scienze un po’ più pratiche è pane quotidiano. Famoso in informatica è il criterio di Liu & Layland sulla schedulabilità di processi real time. Non stiamo qui ad enunciarlo, ci mancherebbe, ma è il senso del criterio ad essere importante. In sintesi ci dice che se l’utilizzo di una CPU è sotto una determinata percentuale possiamo dire con certezza che un certo test (di schedulabilità) è passato, se invece non lo passa allora dobbiamo approfondire. Attenzione, non ci dice che NON è vero, ma semplicemente che non possiamo affermare con certezza che sia falso. Una prospettiva completamente diversa da un’equazione secca o un criterio necessario e sufficiente.

L’articolo di oggi si propone di dimostrare se i famosi 109 titoli di Connors valgono meno di quelli che ha vinto Federer (99). Tutti sono convinti che sia così, ma nessuno ne hai mai dato una dimostrazione precisa e inequivocabile. Bene, attraverso l’uso dell’algoritmo ranking oriented e delle sue implicazioni cercheremo di dimostrare che gli x titoli di Roger valgono di più. Premessa: non si sta valutando la carriera in toto (assioma 7), ma solo una porzione di essa, che poi è la più importante, ma non è una visione totale.  La sola conta degli Slam è un classico calcio al secchio del latte che viene fatto troppo spesso, e che dopo anni di ricerche e discussioni dovrebbe essere demonizzato, però a tutti piacciono le cose semplici, banalmente perché sono facili da capire, però se tutto fosse così facile e semplice si sarebbe trovata una soluzione definitiva anni fa, evenienza che non è mai occorsa.

Il mucchio di Jimmy

I tornei vinti da Connors sono un numero esorbitante rispetto a tutti i giocatori che sono vissuti durante l’Era Open. Di tornei, intesi come manifestazione con minimo 4 giocatori, ne ha vinti 140 (141 se si considera il torneo amatoriale NCAA), però di questi “solo” 109 sono riconosciuti dall’ATP. Il riconoscimento da parte dell’associazione dei tennisti professionisti è diventato “ufficiale” a partire al 1978 circa, prima c’era molta incertezza su quale eventi considerare countable e quali scartare. Questo 109 non è nato a caso, e neanche a posteriori, Jimbo sapeva che il 109°, il Tel Aviv 1989, era effettivamente il 109°, quindi non un numero fittizio, ad hoc, ma uno ben preciso e definito.

Questo ci dice che la conta non può in nessun modo essere messa in discussione, anche se l’estrema etereomogeneità di questi eventi fa sì che ci siano degli elementi in bilico. Quello che maggiormente stupisce è l’inclusione di tornei che non rientrano in criteri ben precisi, anche se sono stati costruiti ad hoc e quindi implicitamente fallaci. Se da un lato è facile considerare countable i tornei che davano punti ATP, dall’altra è difficile capire perché nel mucchio ci sono, tra gli altri, Manchester e Roanake 1974: torneini messi a caso, e non si sa perché. Il non dare punti ATP non era, allora, non motivo per non considerare “ufficiali” tante manifestazioni, ricordiamo che il tanto prestigioso Masters di fine anno non dava punti, però se un evento non rientra in determinati parametri di montepremi e di tabellone si fa fatica a collocare da qualche parte. Però è l’ATP che decide, per cui bisogna adeguarsi, mal volentieri, ma bisogna adeguarsi.

Il timespan che copre il 109 di Connors è ampissimo: il primo titolo risale al 1972, l’ultimo al 1989. Sono 17 anni, 18 stagioni in cui ci sono state tantissimi rivoluzioni in mezzo che hanno cambiato completamente la percezione del circuito internazionale del tennis e degli eventi che lo compongono. Ecco perché è impossibile fare una stima approssimativa e spicciola. L’algoritmo ranking oriented in questo caso è di estrema utilità e toglie tante castagne dal fuoco che in passato hanno creato tanti problemi.

Vediamo il dettaglio dei titoli di Jimbo:

 

Si noti come nella tabella ci sono delle righe evidenziate in verde e altre in giallo. Quelle in verde riguardano l’annata 1972 in cui non c’era ancora il ranking ATP, per cui si è dovuti ricorrere ad una estensione per continuità prolungabile riportato in questo articolo. In giallo ci sono quei tornei che non assegnavano punti ATP, ma che sono stati coperti dall’estensione dell’algoritmo ranking oriented secondo quanto riportato qui. Sembra difficile, però a quanto pare abbiamo tutti gli elementi per arrivare alla conclusione che ci siamo prefissati all’inizio dell’articolo.

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