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Wimbledon 2017: Eight Mile. Federer vince l’8° titolo ai Championships e 19° Slam

Infinito. Non smettere di stupire Federer che colleziona il suo 19° Slam e 8° titolo a Wimbledon. Sampras e William Renshaw sono definivamente superati ed è lui il maggior trionfatore del torneo più importante del mondo.

La partita

C’erano pochi dubbi su chi avrebbe vinto la finale della 131a edizione dei Championships. Dopo l’eliminazione per varie vicissitudini degli altri Fab non c’era bipede senziente che avrebbe scommesso su un eventuale upset da parte di Marin Cilic, che, se non altro, ha un po’ salvato la faccia a questa finale già scritta essendo, il croato, un vincitore Slam. US Open 2014, per essere precisi. Sono fermi in questa posizione anche i bookmakers che danno un Roger a 1.15-1.20 contro un Marin a 5-6. Non c’è storia. Quello che ha dimostrato in questa metà stagione non può far girare le carte in tavole solo perché alla fine della giostra in finale è arrivato il giocatore più in forma del torneo. E chi mancherebbe.

Il cielo sopra il Tempio del Tennis è nuvoloso ma non c’è rischio di pioggia ed è così scongiurata l’eventualità di giocare sotto il tetto, eventualità che a conti fatti non si sa chi avrebbe avvantaggiato. Parte Cilic a servire perché il sorteggio è vinto da Federer che decide di ricevere. Scelta coraggiosa. Dalle prime battute la partita sembra più di marca croata che elvetica. Come uno scacchista puro Cilic prende possesso del centro del campo e fa girare spesso a vuoto il suo avversario. Non lesina i vincenti e recupera anche delle palle improbabili. Roger nei primi momenti tiene botta, ma sembra essere lui il primo a dover capitolare. Infatti quando è lui a servire per la prima volta si va ai vantaggi, ma nella seconda rischia grosso. Si arriva fino al 30-40 e palla break per il numero 6 del mondo. Ma non sfonda. Federer è costretto a giocare una seconda ma il rovescio di Cilic si spegne in rete e Roger riaddrizza subito il match. Sembra incredibile ma da qui in avanti la luce croata si spegne. Se nei primi game aveva fatto bene Marin è pessimo nel 5° gioco. Dopo una serie di errori madornali si ritrova subito 0-40. Ci sono 3 palle break. Ne salva 2 con il servizio che rimane sempre una delle sue armi migliori, ma è il rovescio a tradirlo. Alla terza occasione arriva il break elvetico che porta Federer sul 3-2 e servizio. Si ringrazia la regia, i costumisti, i sarti, lo studio e iniziano a scorrere i titoli di coda. Il servizio di Federer è solido come la massa campione di 1 kg conservato presso il National Institute of Standards and Technology di Gaithersburg. Game a zero e Facile 4-2. Marin ancora tentenna. Non è più quello dei primi game ma si salva ai vantaggi. Ancora granitico Roger che ottiene un altro gioco bianco. E’ una lezione molto severa questa per il campione croato che ha messo in difficoltà in altre circostanze il suo collega elvetico, non ultima la semifinale degli US Open del 2014. Ma questa è un’altra storia. A Federer basterebbe un break a set per portare a casa il titolo ed eguagliare il record di Borg, ma si fa prendere dall’ingordigia. Il servizio scricchiolante di Cilic crolla sotto i colpi precisi e ferali dello svizzero. Arriva un passante di rovescio e il primo set point. Annullato. Ce n’è un altro e si passa dalla padella alla brace. Doppio fallo. Break. Set. 37 minuti, 6-3 e partita abbondantemente finita.

C’è qualcosa che non quadra. Non può essere così brutto il buon Marin che in tutto il torneo aveva ben figurato. Scopriremo tra poco l’arcano. La rottura semplice si trasforma il rottura prolungata, troppo prolungata. Game al servizio a zero per Federer, l’ennesimo e break easy a 30 che portano il 7 volte campione sul 3-0. Troppo, troppo brutto questo spettacolo per un palcoscenico così importante. Forse è qui che si svela l’arcano. Arriva il fisioterapista, ma nulla. Cilic si copre la testa con l’asciugamano ma non chiede MTO e prosegue la sua sventura. E’ scosso, il suo body languange è simile a chi sta per andare sul patibolo, ma importa poco, c’è da chiudere un match, o di riffa o di raffa. Lo scempio si ferma momentaneamente sul 3-1 e qui arriva il boato del pubblico del Centre Court. E’ strano sentire tifare a favore dell’avversario di Federer in questo campo, ma tutti vogliono vedere una partita che non c’è e non ci sarà mai. Praticamente sul servizio elvetico non si gioca e ancora una volta Marin deve portare la sua croce, una croce troppo pesante per le sue spalle. Ancora palla break sul 4-1 che viene annullata. Ce n’è un’altra, volèe di Marin fuori e 5-1 pesantissimo. Non c’è niente da fare. Abbiamo perso il conto dei giochi bianchi di Federer e tanto per farci sballare ancora di più ne arriva un altro. 6-1 in 25 minuti. Difficile ricordare una finale così dominata. La mente va a quella del 1984 dove McEnroe distrusse Connors, ma quello era un signor Connors  e Mac non sbagliò nulla. Addirittura 0 gratuiti del secondo set. Ma questa è un’altra storia. Arriva il Medical Time Out e finalmente si scopre perché Cilic fa così schifo ed è così nervoso. Nella parte inferiore del piede destro ha una vescica. Purtroppo il medico non è un mago e non può guarirlo come farebbe un namecciano. Questa impotenza si trasforma in rabbia e frustrazione che si manifesta con un pianto. Peccato perché così la finale è compromessa, anche se il risultato non è mai stato in bilico. Federer non ha e non aveva bisogno di questa debacle fisica e psicologica del suo avversario per vincere.

Nel terzo set la sbandata croata sembra attenuarsi e forse si è trovato il rimedio per non fare una brutta figura. Pensare di girare il match è utopia pura. Cilic entra nello scambio e per un momento sembra che i problemi siano passati. Però è sempre lui a soffrire come un cane. Arriva l’ennesima palla break per Roger a seguito di un dritto sparato a rete, ma questa volta il numero 6 del mondo l’annulla di mestiere mettendo a referto uno dei rarissimi serve&volley della partita. Siamo sul 2-1 e per qualche minuto c’è partita. Ma questa pia illusione dura poco. Sul 3 pari siamo ancora 15-40 sul servizio croato. Il dritto va a rete ed è ancora break Federer. L’agonia sta per finire. Il pubblico non ha capito che il match è finito da almeno un’ora, o almeno fa finta di non sapere. Esulta sul game vinto da Cilic che lo porta a 5-4 come se ci fosse ancora qualcosa da raccontare. Federer serve per l’infinito. Marin strappa solo 3 punti. Roger chiude da Maestro con un ace, l’ottavo della partita. Dopo un’ora e 41 minuti si avvera quello che tutti si aspettavano: Federer di nuovo campione, Federer di nuovo là su, Federer dominatore. E’ ancora lui che va a prendersi la coppa con l’ananas ringraziando il compagno delle elementari che poi sarebbe diventato quello che noi chiamiamo il Duca di Kent. Roger è emozionato, per un attimo piange, ma questo successo se l’aspettava, non era sicuro, ma era nelle sue corde fin dall’inizio del torneo, non è come in Australia, ma quello che conta è portare a casa un altro Slam che chiude sempre di più la questione GOAT già abbondantemente finita a Melbourne il 29 gennaio scorso.

Il torneo

Quello giocato da Federer è il classico torneo dominato dall’inizio alla fine. Strano pensare che non abbia mai vinto Wimbledon senza perdere un set, ma si sa che qui il servizio la fa da padrone per cui un tiebreak scappato di casa per l’avversario della domenica può sempre capitare. Aveva vinto gli Australian Open del 2007 senza perdere un set, ma quello era un altro Federer. Eppure è riuscito a vincere senza perdere set nel 2017. Incredibile. L’unica volta che qualcuno ci era riuscito in era Open era stato Borg nel 1976. Allora si parlò di edizione “falsata” perché fu poco piovosa e i campi furono così aridi e “terbosi” che un terraiolo come Bjorn riuscì ad imporsi sull’erba più famosa del mondo. L’orso svedese avrebbe dimostrato che non era solo un terraiolo, anzi a conti fatti è stato anche un erbivoro vincendo 5 edizioni consecutive del torneo, ma mai più senza perdere un set. Il terreno arido aveva favorito il campione svedese, ma oggi perché Roger ha vinto senza perdere set? Perché è il più forte. Risposta scontata, pleonastica, banale, ma non del tutto. Se c’era un uomo capace di aggiustare record che sembravano unbreakble qui ai Championships era proprio la leggenda svizzera.

Nel corso del Roland Garros c’è stato un altro dominio, quello di Nadal. Lì si era acceso il cout(down) dei giochi persi per eguagliare sempre il maledetto Borg del 1978, 32 game persi, ma qui la faccenda si complica parecchio. C’è il famoso record di Kramer del 1947 a temere tutti con la testa rivolta verso l’alto. 37 game persi. Irreale. Ma non per quei tempi e asteriscato dal set perso in semifinale contro Dinny Pails. Ci sarebbe quello dell’era Open di McEnroe del 1984 con 63 game persi. Why not? Ci possiamo provare.

Roger debutta contro Dolgopolov e l’incognita principale non è il risultato finale e nemmeno il computo dei set; è capire se Alex si ritira o no. Primo set che ha via liscio per Federer. 6-3 facile. Inizia il secondo set. 3-0. Fine. Ritiro per l’ucraino che vuole a tutti i costi raggiungere il record di ritiri di Tipsarevic. Via di corsa perché c’è un altro match da disputare. C’è Lajovic. Serbo, e i serbi non sono così amichevoli con il campione svizzero, soprattutto uno. Ma questo è proprio scarso. I suoi fondamentali sono tutti al di sotto di chi sta al di là della rete e il secondo turno per lui sembra già un ottimo risultato. Si prende una soddisfazione non indifferente andando al tiebreak nel primo set, ma Federer lo ha fatto apposta. Voleva piazzare il perfect tiebreak. Detto, fatto: 7 punti a 0 e via verso altri 2 parziali easy vinti per 6-3 e 6-2. Forse, e dico forse nel terzo turno c’è un avversario serio, Mischa Zverev, conosciuto per il suo serve&volley agée ma molto spesso inconcludente. E’ conosciuto anche per avere preso un doppio bagel ad Halle proprio da Rogé e questo non è un buon biglietto da visita. In Australia c’era stata una NON partita e non si capisce perché sui sacri prati la musica possa cambiare. Non cambia, non cambia. Si arriva al solito tiebreak dato dalla sempre più preponderanza del servizio per cui può capitare di non breakkare, ma Federer si riscopre integerrimo nello jeu décisif. Qui lascia 3 punti. Ma cosa vuoi che siamo 3 punti? Niente. Solito sgambata negli altri 2 parziali e quarto turno che arriva in scioltezza. Forse Dimitrov potrebbe essere un avversario più tosto. No, non lo è. Si gioca nel Manic Monday: 16 partite di ottavi di finale tra singolare maschile e femminile e non si capisce cosa bisogna guardare. Nel Court No. 1 si sta giocando la partita del torneo e la maggior parte degli occhi degli appassionati sono per questa partita, ma qualcuo butta un occhio sul Centrale e nota che non c’è nulla da vedere. Troppo superiore. Troppo Roger. Greg aveva ben figurato in Australia con una semifinale da torrent contro Nadal, ma qui è un’altra musica: dall’altra parte della rete c’è uno che gioca come te solo che è più forte, più intelligente e più b….no, non è più bello. Almeno questo. Altri facili 3 set e comincia a balenare l’idea che forse Borg 1976 non è così lontano. Per i quarti di finale c’è Milos Raonic. Un nome scomodo da ricordare. Fu lui infatti ad estromettere il 7 volte campione l’anno scorso, nella partita del dritto della vergogna e addirittura aveva ripetuto questa lesa maestà anche a Brisbane. Sacrilegio. Niente da fare. Il canadese è la brutta copia di quello del 2016. Una piccola giustificazione arriva dall’annata travagliata che ha vissuto, ma i regressi nei fondamentali che non sia il servizio sono evidenti. Quando si entra nello scambio non ne mette una in campo e la volèe è da dimenticare. Il risultato è sempre lo stesso 3 set a zero. Questa però non è una notizia. La notizia arriva dagli altri campi. I 2 maggiori pretendenti al trofeo: Murray e Djokovic si sono rotti. No, non hanno perso, si sono rotti proprio. Murray per galanteria ha finito il suo match contro Querrey palesemente menato essendo stato per larghi tratti in controllo, invece Djokovic si è ritirato dopo il break del secondo set per un problema al braccio. “Certe weak era non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano“. Scrive qualcuno. Eccoci di nuovo qui. Anzi non di nuovo. Perché, parliamoci chiaro, quando Federer vinceva nel 2003 contro Philippoussis nel 2003 o contro Baghdatis gli Australian Open del 2006 nessuno parlava in quel momento di weak era. Questa definizione molto, ma molto scorretta è arrivata dopo. Una definizione posticcia e imprecisa che puzza tanto di delegittimazione, ma purtroppo volenti o NOLEnti è entrata nel vocabolario di chi segue il tennis anche nella websfera. Si pensava che questa definizione appartenesse al passato, ma nessuno si aspettava di ritrovarla nel 2017. Fa strano pensare a questo concetto così imbarazzante ma penetrante allo stesso tempo, pensavamo che non ci sarebbe stata più un’edizione agevole per Federer nel vincere uno Slam, come quando si dice che la nostra generazione non avrebbe più trovato la fame, ma eccola qui. E allora come comportarsi? Sparare a zero? Asteriscare? Borbottare? Il non tifoso di Federer è perplesso. Qualcuno la botta la dà perché non ha coscienza, ma chi ne ha un po’ non vuole sparare a caso per poi ritrovarsi seppellito da un mare di bit di contro-protesta, allora si limita a constatare che il torneo ha perso molto. Il vincitore è già scritto e di partite incerte non se ne vedranno più. Si tenta un disperato salvataggio in estremis della figura di Berdych. Ma siamo seri. Berdych è al tramonto e non saranno certo le vittorie ad Atene del 2004 e quella qui ai Championships del 2010 a dargli la forza di ritrovare quella verve che gli ha perso di battere Federer. Eppure è proprio contro Tommasino che Roger trova le maggiori difficoltà. La partita è equilibrata ma Satorovo non capisce che sarebbe meglio o forse non ha più la forza di metterla sul palleggio. Cerca un po’ troppo il vincente, non è il suo stile, o forse non lo potrà avere più. I set sono ancora 3. Ci sono 2 tiebreak, ma nulla di più. L’11a finale è scritta, dall’altra parte arriva Cilic a salvare parzialmente la faccia a questo Wimbledon che ha trovato il suo apogeo nella sfida epica tra Nadal e Muller, ma è solo un palliativo perché un Samquerreynumero1 in finale sarebbe stato forse troppo.

Record

Ci vorrebbe un’enciclopedia per sfornare tutti i record battuti da Federer in questo torneo. Ma ci proviamo.

  1. 19 titoli Slam (record assoluto).
  2. 29 finali Slam (record assoluto).
  3. 42 semifinali Slam (record assoluto).
  4. 50 quarti di finale Slam (record assoluto).
  5. 320 partite vinte negli Slam (record assoluto).
  6. 91 partite vinte a Wimbledon(record assoluto).
  7. 11 finali nello stesso Slam (record assoluto).
  8. 93 titoli ATP. Secondo dietro a Lendl a 94 e Connors a 109.
  9. Nessun set perso durante tutto il torneo. Eguaglia il record era Open di Borg 1976.
  10. A 35.94 anni è il secondo più vecchio a vincere un torneo dello Slam nell’Era Open. Rosewall vinse gli Australian Open nel 1972 a 37.14 anni. Record all time detenuto da Arthur Gore che vinse a Wimbledon nel 1909 a 41 anni.
  11. A 35.94 anni è il più vecchio vincitore in era Open di Wimbledon. Superato Arthur Ashe vincitore nel 1975 a 31.95 anni.
  12. 8° titolo a WImbledon. Superati Sampras e Williams Renshaw (record assoluto).
  13. Vittoria di 2 edizioni di Wimbledon a distanza di 14 anni. 2003-2017. (record assoluto)
  14. 699 minuti per vincere il torneo. (record personale)

Conclusione

La teoria dell’infinito dice che se si aggiunge un pezzo all’infinito questo darà come risultato sempre infinito. Ed è questa la teoria che sta alla base della carriera di Roger. Ormai ha raggiunto tanti e tanti record che è inutile associarne altri per descrivere la sua grandezza. Ha dimostrato di essere il migliore. Il migliore di tutti i tempi. Già in Australia aveva fatto il miracolo di vincere e, per non smentire il suo essere infinito, aveva innestato anche la magica doppietta Indian Wells-Miami. Una superiorità imbarazzante su tutto e tutti. Talmente grande che ormai era scontata la sua vittoria a Wimbledon. Ed è qui l’altro miracolo: far sembrare normali le eccezioni. Non è normale che un giocatore di quasi 36 anni sia favorito e vinca senza perdere un set. La vittoria di Ashe nel 1975 fu un grande traguardo di longevità. Lo fu anche quello di Connors nel 1982 nel giorno dell’indipendenza americana. Ma i 2 statunitensi avevano passato erano sulla 30ina (31.95 anni Ashe, 29.8 Connors) invece Federer va per i 36, diciamo pure 36, non saranno certo 3 settimane a non dargli questo merito e l’altro miracolo ancora più sorprendente è che sarà favorito nei prossimi tornei. Lo sarà anche a New York, senza se e senza ma. Gli altri sono rotti. Forse Murray e Djokovic non ci saranno e l’unico pretendente serio sembra niente meno che Nadal. Quel Nadal, anch’egli dato per finito, che dopo il Roland Garros dominato non si sa ancora come si regga in piedi. E’ mai possibile pensare che agli US Open siano ancora loro i 2 pretendenti principali? E’ qualcosa di irreale, che nessuno avrebbe mai pronosticato a inizio anno o sarebbe stato preso per pazzo. Le analogie con il 2006 continuano e ora cominciano a farsi inquietanti, tanto inquietanti che c’è quasi inibizione nel guardare i risultati di quell’anno e scoprire che il Masters del Canada lo vinse proprio Federer. Come Federer? Sì, ancora lui. Il parallelo potrebbe continuare e l’unico ostacolo al parallelo della morte sembra essere proprio lo svizzero stesso che potrebbe rinunciare a Montreal per preparare il tanto amato torneo di Cincinnati e ovviamente Flushing Meadows senza così il peso di arrivare fino in fondo nei 2 Masters 1000 americani e spompato a New York. Ma Federer è umano. Un infinito che diventa finito per essere letto dai comuni mortali e, se mai c’è un peccato in questo 2017 è quello di non aver disputato nessuna partita sulla terra battuta. Alla luce del risultato di Wimbledon sembra avere ragione, ma magari 2 scambi sul clay sarebbero stati graditi. Lui dice che non avrebbe battuto Nadal. E allora? Perché non tentare? A questo punto non è utopistico pensare ad un Grande Slam monco, con 0 sconfitte ma solo 3 pezzi su 4 del puzzle così come fece Connors del 1974 che si pentì col sennò di poi del contratto con il WTT che costò il ban da Parigi, chissà se Federer non si pentirà di non aver tentato il colpaccio del secolo. Siamo (quasi) sicuri di no perché è stata una scelta ponderata, ma è proprio il Grande Slam a mancare a questo infinito che diventa sempre più grande. Forse non vuole pregiudicare il futuro del tennis chiudendo tutti i record possibili. Sarebbe un gesto umano, forse costretto dalle circostanze, ma sempre umano rimane. Peccato che la storia del tennis sia spaccata in 2 e a sua volta in tanti pezzettini perché ci sono tanti record unbreakble che Federer non potrà mai raggiungere come i 200 titoli di Laver, le 1633 vittorie di Rosewall, le 98 vittorie consecutive di Tilden tra il 1924-1925, i 23 titoli in una stagione di Wilding nel 1906, ma ce ne sono altri ce sono alla portata e che sembravano irraggiungibili fino a qualche anno fa, non impossibili, ma quasi. Punterà a questi Federer, che è un tipo furbo. E’ un profondo conoscitore della materia, anche delle statistiche e se anche finge di non ricordarsi un suo record e di stupirsi quando qualche giornalista lo fa presente noi sappiamo benissimo che lui conosce tutto quello che riguarda il mondo del tennis.

Si chiude la prima parte di stagione con un tour de force non indifferente partito con Monte Carlo, passato per il Roland Garros e finito con Wimbledon. Ora ci sono 3 settimane un po’ soft senza la Davis ma con qualche 500 a riempire delle settimane dove non ci saranno i migliori. Appuntamento ad agosto con il grande tennis con Montreal che non promette bene. Sembrano tante le defezioni della vigilia: Djokovic, Murray, Federer, Wawrinka sembrano tutti titubanti per un motivo o un altro, ma da qualcosa bisogna ripartire. Allora, prossima tappa: Canada.