ATP Cup 2020: Serbo per amore

Si è chiusa ieri una straordinaria manifestazione che ha fatto molto parlare di sé. Per tanti mesi si è solo immaginato cosa poteva succedere, invece in questi 10 giorni di tennis abbiamo visto tanto, forse troppo. Nata come contraltare alla Davis, l’ATP Cup ha avuto un grande successo, soprattutto per come si è svolta la manifestazione, ma di più per come si è declinato il tabellone. Abituati a vedere tornei di singolare, viene quasi spontaneo usare lo stesso sguardo per scrutare un tabellone di un torneo a squadre, che poco ha a che fare con l’essenza stessa del tennis. In fondo sono arrivate le squadre che avevano tra le proprie fila i primi del mondo, e non poteva essere altrimenti, visto che il 33% + una quota, incerta, nel doppio dipendeva proprio dai tennisti di punta delle rispettive Nazionali. Anche la vecchia Davis si poteva vincere con un solo giocatore (cfr. Borg 1975 o Murray 2015), però qui la supremazia dell’uomo solo al comando è piuttosto evidente. I migliori del mondo non si sono risparmiati, e alla fine a decidere questo torneo sono stati il numero 1 e il numero 2 del mondo. Però, facciamo un passo indietro.

Devastata dagli incendi, è stata l’Australia tutta, la protagonista di questa manifestazione. Le immagini che ci sono giunte dall’Oceania erano e sono spaventose. Mai si erano visti così devastanti incendi che hanno imperversato in tutto il Paese, grande quanto un continente. Come al solito qui l’opinione si divide, però alla fine vince sempre il buon senso che mette al primo posto l’imperativo categorico del “Show must go on”. Lo show però non è stato indifferente, anzi. Tutto il tennis australiano ha voluto dare una mano ai propri connazionali con un aiuto concreto. Il capofila delle iniziative è stato Nick Kyrgios, sinceramente commosso nel vedere la sua Australia in fiamme. È partita da lui l’iniziati di dare un tot di dollari ad ace per aiutare gli Aussie a rialzarsi. I soldi sono necessari per pagare i mezzi necessari per spegnere gli incendi, ma anche per sostenere quelle famiglie che hanno perso qualcuno di caro per colpa di una follia che si mescola a “causa naturali” che poi si scoprono essere del tutto inesistenti. Per fortuna ha anche piovuto, dando un sospiro di sollievo ai tanti koala, canguri e marsupiali così dolci e teneri, simbolo di un disastro che interessa emotivamente tutto il Paese. Gli ace totali messi a segno sono segno sono stati 1322 per un totale di 132.200$ donati alla causa. Sono pochi rispetto alle altre donazioni fatte anche da singoli, ma l’importante era dare un segnale, e il segnale è arrivato forte. L’ATP Cup è un conto però. Bella, stupenda, avvincente, un altro però sono gli Australian Open che presentano un peso tout court superiore. A Melbourne non si respira una bella aria, in tutti i sensi. Tennis Australia fa sapere che lo Slam Down Under si giocherà lo stesso. Si paventa un torneo giocato indoor visti i 3 campi principali provvisti di copertura retrattile e i diversi campi secondari al coperto (che però non vengono usati normalmente). È una buona notizia questa, per gli appassionati tutti, però l’asterisco aprioristico falserebbe un torneo che deve essere giocato outdoor. C’è ancora una settimana per capire cosa fare, si spera in una assoluta regolarità della competizione. Speriamo.

Si fa fatica a stare dietro uno Slam con le sue 127 partite solo nel singolare. Qui si è capito poco o nulla. Però è stata di grande aiuto la differenza di fuso orario nelle varie regioni che compongono l’Australia. Non siamo in Unione Sovietica, in cui c’erano 11 fusi orari, però essere a Perth non è lo stesso di essere a Sydney. Ci sono 3 ore di differenze e questo sfasamento permette di distribuire meglio lo schedule, magari facendo iniziare dopo le partite nel Western Australia (Perth), piuttosto che nel New Wales. Ecco perché alcuni match sono andati avanti fino alle 17 italiane (a Melbourne sarebbe stato diverso. Facciamo un po’ di melina per parlare delle partite e delle tante sfide che ci sono state. Quante sono? 2 minuti per contarle. Fatto? (Diceva Giovanni Muciaccia). Bene, sono: 86 + 86/2 = 129. Un po’ tantine. Allora meglio concentrarsi sulle squadre che sono arrivate in finale. Al centro dei riflettori c’è senz’altro la Spagna, reduce dal successo della New Davis, in cui c’è stato un uomo solo al comando. Essendo un torneo fotocopia, ci si attende che anche qui la compagine iberica possa fare bene, e così è stato. Nadal ha vinto tutto quello che c’era da vincere nella fase a girone, aiutato da un ottimo scudiero quale Roberto Bautista Agut. L’unico neo prima della finale si è palesato nella sfida contro il Belgio. Lontano anni luce sulla carta, ha fatto penare non poco la Spagna. Agut ha fatto il suo contro Kimmer Coppejans, ma Nadal è mancato contro David Goffin. Non è un carneade come il suo connazionale, però l’Hobbit non era certo favorito contro un Rafa in forma ormai da diverse settimane a questa parte. La situazione si è parecchio complicata quando 2 tennisti non professionisti, presi dalla strada: Sander Gillé e Joran Vliegen hanno fatto vedere i sorci verdi alla coppia roja fatta da Nadal e Carreno Busta. I 2 dilettanti allo sbaraglio hanno giocato un primo set praticamente perfetto portandolo a casa grazie al tiebreak. La magia fiamminga è durata fin quasi alla fine del secondo parziale, quando è emersa la cazzimma degli spagnoli che hanno preso il largo. Il super-tiebreak è stato un po’ combattuto. Nadal non ha giocato al meglio, e questo è stato un fattore determinante, quasi tale da far pendere la bilancia dall’altra parte, quella della sconfitta. La sfida che poteva essere più combattuta, quella con l’Australia, invece si è dimostrata un bagno di sangue, con un Kyrgios, mai decisivo nei momenti decisivi, che si fa infilzare dal torero Agut. Spetta a Nadal chiudere subito le danze con una vittoria su De Minaur, colpevole di aver vinto il primo set. Alla distanza è uscito un gran bel Nadal, che poi è sempre un gran bel Nadal. Per la gioia di…boh, si è giocato anche il doppio, vinto dalla Spagna, però è stato più inutile della “R” di Marlboro.

Uscita in lacrime, soprattutto quelle del suo numero 1, la Serbia ha puntato forte in un riscatto che arrivato subito e a tratti inaspettato. Djokovic & company hanno avuto un tabellone durissimo, però alla fine sono riusciti a vincere tutto. Complimenti. Tabellone durissimo non vuol dire avere la bandierina peggiore accanto al vs del proprio nome, ma avere i singolaristi peggiori possibili da incontrare subito e poi nelle fasi finali. Hanno dovuto affrontare il Sudafrica, che da solo vale poco, se non fosse per la presenza di un Kevin Anderson sempre pericoloso nelle superfici rapide. Molto ardua è stata anche la Francia, questa sì con un grande vessillo a capo delle proprie truppe. Però Paire da una parte e Monfils dall’altra non sono stati all’altezza della Serbia di NOLE. Meno pericoloso è stato senz’altro il Cile spazzato via infatti sempre troppi complimenti. Già le 3 compagini descritte bastavano da sole a fare un tabellone arduo, ma il difficile deve ancora arrivare. Nei quarti di finale c’è il Canada, finalista a Madrid, e imbottito di giovani rampanti. Però questa freschezza e spensieratezza non è stata sufficiente. FAA e Shapo sono stati battuti ancora una volta dalla Serbia. Denis ha fatto penare un po’ Djokovic, che poi ha messo il turbo e ha lasciato sul posto il biondino. Ancora più complessa e astrusa è stata la sfida con la Russia. Questi figli di Putin hanno messo su una grande squadra. Peccato che poi a scendere in campo siano solo in 2 di fatto, ma con una vera sfida, quella dei circoli in cui sono in tanti a scendere in campo, i russi potrebbero schierare un’armata che disintegrerebbe tutti. Medvedev, Khachanov, Rublev. Bella squadra. Peccato che però è sempre Djokovic a comandare. È lui a mettere a tacere il protagonista dell’estate del 2019 e a chiudere i conti. Aspetta però, Djokovic di qua, Djokovic di là, mi pare che stiamo dimenticando qualcuno. Chi? Ma Dusan Lajovic. È lui il numero 2 della Serbia, lo Scottie Pippen dei Balcani. Finalista a Monte Carlo, qui in Australia ha messo un punto esclamativo in una coppa che deve per forza avere il suo nome inciso sopra. Ha vinto contro tutti, soprattutto contro tennisti ben più accreditati di lui. Ha vinto tutto? No, ha perso in finale. Ma ci sta, per carità, il suo dovere l’aveva fatto abbondantemente.

La bobina scorre e si arriva all’atto conclusivo. Spagna favorita? Sì, ma la Serbia ha Djokovic che su Nadal ha un vantaggio non indifferente sul cemento. Questo significa un punto aggratis, almeno sulla carta. Dusan perde contro Agut e la Spagna spera, però è Djokovic a mettere in chiaro che sul cemento non ce n’è. Ormai questo H2H sembra fossilizzato. È dagli US Open 2013 che Rafa non batte il rivale sul cemento. I bookmaker sono precisi e decisi. L’esito della partita rispecchia i pronostici della vigilia. Il numero 1 del mondo lotta solo nel secondo parziale che poteva essere suo. Ma conta poco. È pareggio. Sarà il doppio a decidere la prima edizione dell’ATP Cup. A sorpresa non scende in campo il Parera e questa è una notizia. Djokovic non sa neanche che cosa sia il doppio e il numero 1 del mondo di singolare potrebbe benissimo esserlo anche di doppio. Questa fondamentale defezione dà coraggio a Djokovic accompagnato dall’amico di sempre Viktor Troicki. Busta e Lopez sono dei cani malati e sbagliano tutto. La Spagna perde una sfida che era in cassa e consegna alla Serbia la Coppa dell’ATP. Alla fine hanno vinto contro tutti i migliori e solo questo basta a giustificare un trionfo che già è storia. Alla Spagna rimane il rammarico di un titolo sfuggito per un soffio e l’incognita del doppio finale e l’assenza di Nadal, si dice stanco, ma qui doveva dare tutto, così come fatto a Madrid.

Il denominatore diversa da 1, come nel singolare, non permette di dire quanto questo trofeo sia un plus nella carriera di Djokovic che però si porta a casa 6 vittorie su 6 e un’altra vittoria su Nadal. Il grande tennis rimane in Australia. Già c’è stato un assaggio, così possiamo essere sicuri: ci sarà un Australian Open rovente.