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Wimbledon 2018: 10-8 sotto un tetto

Posted on 21 luglio 2018

Djokovc, Federer e…Nadal. Non poteva mancare all’appello l’altro protagonista di questa edizione dei Championships che oggettivamente si pone su piano superiore a tante edizioni recenti dello stesso torneo e tutti gli Slam in generale. Dopo la Undécima Rafa si era preso una bella pausa per poter recuperare le forze dopo che sulla terra battuta aveva matato tutti, tranne uno. Il tris di 11, che non esiste nel poker, ma da quest’anno esiste nel tennis, faceva presagire ad una stagione moscia sull’erba, superficie che da tanti anni a questa parte ha regalato solo delusioni cocenti al 17 volte campione Slam. Tutto cominciò nel lontano 2012. In una calda serata di prima estate un giovane ceco stava per commettere un regicidio. Dopo aver disputato 5 finali su altrettante partecipazioni, saltando l’edizione del 2009, Nadal fu improvvisamente fucilato dai colpi di Lukas Rosol. Molti italiani lo ricordano, però non si capisce il perché. Contemporaneamente a quella partita si era giocato uno storico Italia-Germania agli Europei e la doppietta di Balotelli aveva riportato tutti gli italiani per le strade a festeggiare dopo l’indimenticabile rigore escatologico di Grosso. Tanti appassionati di calcio non sanno nulla di tennis, ma i pochi appassionati di calcio e di tennis seguivano sul livescore l’andamento del match magari con una bandiera tricolore in mano e una bevanda fresca. Da quel momento in poi Wimbledon è diventato un incubo per Nadal. Ancora più clamorosa fu l’uscita con Darcis nell’edizione successiva. Darcis, giocatore che non ha nessuna qualità, e che però verrà ricordato sempre per questa “impresa”. Nel 2014 è un variopinto mulatto australiano a prendersi gli onori della cronaca per aver fatto fuori il campione del Roland Garros, però almeno questa volta si era arrivati al quarto turno. Gira la ruota ed è ancora un semi-sconosciuto a prendersi gli applausi: è Dustin Brown, il giamaicano di Germania, o il tedesco cannaibico, se preferite. Però nel 2015 Rafa si presentava con tante attenuanti, se altro gli 0 titoli sulla terra battuta europea e tante e tante sconfitte. Amarissimo è il 2016 con il ritiro al Roland Garros che si trascina per tanto, troppo tempo. Non c’è tempo per recuperare per Wimbledon e a Londra non si presenta uno dei maggiori protagonisti della nostra epoca. Nel risorgimento del 2017, quello del comeback a cannibale della terra, si erge Gilles Muller, reo di impiattare la partita dell’anno contro Nadal sconfitto dagli specchi e dal long set. Questo excursus storico serve a farci capire che il conto con Wimbledon per Rafa si era chiuso da un pezzo, e oggi risuonano più forti che mai le parole di chi lo vide trionfare con la puzza sotto al naso nel 2008, additando il campione maiorchino quale profanatore del Tempio Sacro per via del suo giuoco più fisico che tecnico, più potenza e meno tattica. Queste voci si sono disperse nell’aria quando a vincere il torneo più importante del mondo sono stati prima Djokovic e poi Murray, appartenenti alla razza dei pallettari che hanno infestato l’erba. Un po’ come avviene nella musica in cui un nuovo genere viene da principio odiato e vilipeso e poi a poco a poco rivalutato fino a essere considerato “bello”, anche Nadal è stato rivalutato per quello che ha fatto qui. La sua musica non sarà come quella di Federer, però quando suona le suona a tutti. E non sta certamente dietro ad altri che sì sanno suonare, ma non come lui.

L’algoritmo verde gli dà la tds 2 a scapito del 1° posto nel ranking, ma cambia poco, visto che gli abbinamenti delle semifinali sono diventati casuali ed essere 1 o 2 non cambia niente. Per Nadal è stato sorteggiato, Elo alla mano, il tabellone più duro, con poche insidie fino al quarto turno per poi incontrare nei cani rognosi come Del Potro e Djokovic dai quarti in poi. Già ad Hurlingham aveva mostrato una buona condizione, e la rinuncia forzata al Queen’s era stata una buona scelta. Il tabellone ti dà una mano fino alla quarta partita? Bene, perché non approfittarne? Eccoci serviti. Primo turno contro il brevilineo Dudi Sela e facile 3 set a 0. Rafa non appare brillante, ma è tutto nella norma. L’erba è alta, la terba è poca e la papera non galleggia. Stesso copione contro Kukushkin. Il terzo turno doveva essere il primo ostacolo serio, ma così non è stato. Il mal apostrofato erbivoro De Minaur, non ha la stoffa per mettere in difficoltà uno come Nadal, anche se per gli esperti quello esperto dei prati verdi sarebbe l’australiano. Spazzato via, con appena 7 game concessi. Nel quarto turno ci doveva essere Fognini (*risata da sit-com americana*). Come dare fiducia a Fafo che di erba non ne ha vista mai? Ci sarebbe anche Schwartzman, però non è tanto diverso dal Fogna nazionale. È un malcapitato Jiri Vasely a prendere il posto, l’eventuale posto di Muller 2017. La paura che possa scapparci l’upset c’è. E visto che è sempre stato un insospettabile il Rafacida, perché l’eroe del Principato non può essere cerchiato con il pennarello rosso? La partita però va come deve andare, a prescindere da scaramanzie e cabale. Altri 3 set a 0, quarti di finale dopo 7 anni e nel frattempo (un po’ prima) era arrivata la certezza di mantenere il numero 1 del mondo anche dopo il torneo a prescindere dai risultati di tutti.

Sì, però ora c’è Juan Martin Del Potro, e la musica cambia. Fin da subito si capisce che non sarà una partita come le altre. La potenza dell’argentino è al top, Nadal becca sempre gli angoli giusti per far muovere l’avversario ed ecco a voi una partita, signori! Nel primo parziale è Rafa ad avere la meglio, la sgasata decisiva arriva nel 12° gioco quando un dritto sul nastro argentino consegna alla tds 2 il primo set point. Viene sbagliato per colpa di una risposta di dritto su una seconda che non va. C’è un’altra occasione. È quella buona, Del Potro commette un errore gratuito e si consegna a Nadal. 1 a 0. Stesso copione nel 2° set, solo che contemporaneamente si sta giocando e sta finendo il dramma di giornata con Federer che stava perdendo contro Anderson. Non si capisce come mai chi sta sul Centrale segua un’altra partita, però il match point Anderson destabilizza tutti che non si accorgono come Del Potro breakki Nadal e si porti a servire per il set sul 5 a 4. Rafa non ci sta. Furia ceca e controbreak immediato. Si va fino al tiebreak ed è qui che la partita si infiamma. Il 6-3 manacoregno sembra la pietra tombale del set e della partita, però che partita epica sarebbe? Del Potro annulla di mestiere i primi 2 set point per poi arrivare IL doppio fallo fatale per lo spagnolo. Ce n’è un quarto. Piovono missili e Del Potro glije fa i bozzi. Il punteggio gira e un missile accomodato dal nastro consegna il set al campione di New York 2009. 1 set pari. Dalla guerra lampo ci passa alle trincee. L’inerzia della partita gira e ora è Juanito a comandare. Gioca bene anche negli scambi lunghi e si difende benissimo quando è Nadal ad accorciare lo scambio. Sale fino al 5-4 e breakka a zero il suo avversario. 6 a 4. 2 set a 1 per l’Argentina. Rafa è alle corde, forse è arrivato il capolinea. “Me sta matando”, grida Il numero 1 del mondo, che non può nulla contro i colpi anche con velocità superiore a 100 km/h della tds numero 5. L’erba però sa essere ingannevole. Per ben 2 volte il gigante di Tandil cade a terra e ne approfitta Nadal per breakkare e salire prima 5-3 per poi chiudere sul 6-4. Il cambio di scarpe per Del Po non serve. Siamo 2 set pari. La partita si infiamma. Nel terzo game si concentra tutta l’essenza di questo sport. Dopo uno scambio durissimo Del Potro riesce a mettere una volèe in tuffo vincente. Non è Becker e il botto di quando tocca terra è più sonoro di quello dei bei tempi del tedesco dai capelli rossi. Nadal però non molla. C’è un altro punto spettacolare in cui Rafa va a prendere ogni cosa. La palla va fuori dal campo e il numero 1 del mondo è costretto a farsi abbracciare dai ricconi della prima finale che presenziano il Centre Court. Scena comica, scena vera. C’è estremo equilibrio, però è la tds numero 2 a giocare più saggiamente chiamando a rete l’avversario con dei drop velenosi. È suo il break e il conseguente 4-2. Ci sono anche delle palle del contro-break però non si passa. Si vede di tutto, però il punteggio non si schioda. Del Potro fa di tutto per prendersi il controbreak, però Nadal chiude in bello stile con un serve&volley. È la partita dell’anno, è una partita storica. Difficilmente un altro incontro supererà come bellezza, intensità, potenza questo match in questo 2018. Forse solo una finale scoppiettante a Flushing Meadows potrebbe starle davanti.

La storia della semifinale è una storia nota, e si è fatto ampio approfondimento nel primo editoriale dedicato a Wimbledon 2018. Da un lato c’è la consapevolezza di avere ritrovato un Rafa competitivo anche sull’erba e numero 1 del mondo con grande margine sul secondo, tanto da legittimarne la leadership che in questi ultimi mesi è stata molto ondivaga tanto da non riconoscere il numero 1 del mondo come tale, ma solo un primus inter pares. Dall’altra rimane il dubbio su una partita, quella con Djokovic, che si doveva giocare senza tetto, con le luci quando necessario, e che doveva finire in una giornata. L’indoor ha forse dato quel quid in più al ritrovato Nole per avere la meglio su un altrettanto ritrovato Nadal che poteva andare a prendere uno dei record più straordinari della storia del tennis: quello della tripla doppietta Roland Garros-Wimbledon, riuscita solo al grande Borg, ma consecutivamente e quando era giovanissimo. Finalmente la collezione dei mostri di fantozziana memoria è finita, e una grandissima semifinale entra nel pallottoliere spagnolo. Semifinale persa però, come mai accaduto a Londra. L’idea generale è che forse Rafa ha buttato via il titolo diverse volte in quella famosa semifinale sotto il tetto. Prima nel tiebreak del 3° e poi sul 7 pari dell’ultimo set. Anderson molto probabilmente sarebbe stato polverizzato come già fatto a New York. La storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Amare un’altra volta, chissà quando verrà, per questo dalla vita prendo quello che dà.

A questo punto della stagione non rimane altro che preparare la tournée nordamericana con la consapevolezza che si può fare bene. C’è da difendere il titolo di New York. Però il margine è tanto. C’è un altro amico a tavola che l’anno scorso non c’era: si chiama Novak Djokovic. Il tabellone easy dell’anno scorso resta una lontana chimera, e ancora una volta sarà il sorteggio a dirci dove finirà Nole, con la consapevolezza, questa volta, che la sua collocazione peserà come un macigno sui 2 Masters 1000 del Nord America e sullo Slam statunitense. Ci sarà anche la novità dello shot clock. Il tanto agognato shot clock che dovrebbe essere l’orologio che non solo segna la fine del tempo necessario per servire, ma anche la fine di Nadal ad alti livelli, visto che è grazie al continuo sforando dei 25, 20 negli Slam, secondi necessari a battere che gli ha permesso di vincere 79 titoli, di cui 17 Slam. Il contatore, perché il clock è essenzialmente un contatore che va a tempo per chi non lo sapesse, sarebbe rimasto fermo a 0. Neanche Sopot sarebbe entrato nel palmarés di Nadal. Nel 1970 gli US Open furono il primo Slam che introdusse il tiebreak, chiamato giustamente dal punto di vista grammaticale all’epoca “tiebreaker”, ossia “spezzatore di pareggio” e non “tiebreak”  termine che si riferisce all’oggetto del gioco del decisivo, a quello che fa lo spezzatore di pareggio e non a quello che è. E fu una grandissima novità. Forse nessuno aveva pensato che questo escamotage per accorciare le partite sarebbe stato uno dei nodi più scottanti delle statistiche, “spareggiando”, contrariamente a quando dice il suo nome, i conti che con il tiebreak vanno magari a favorire di chi ha fatto leggermente male nel set, ma che poi ha prevalso nel gioco decisivo. Fu talmente rivoluzionario il tiebreaker che dopo il 6 pari il giudice di sedia metteva una bandierina rossa per ricordare che non si doveva seguire il normale flusso della battuta. Dopo 6 punti non era difficile vedere l’umpire ricordare ai giocatori che dovevano cambiare campo. Chissà a cosa porterà questo shot clock. Magari a delle novità che non sappiamo prevedere. Forse per la prima volta verrà applicata con rigore una regola del buonsenso che è quella di non perdere troppo tempo tra un servizio e un altro. Non a caso mai severamente punita, proprio perché regola non determinante in un giuoco tra gentlemen. Però così come gli inglesi non usano l’arbitro nel calcio perché i signori che lo giocavano erano dei galantuomini e dovevano essere gli stessi protagonisti ad evidenziare le infrazioni e poi sono stati costretti a mettere l’arbitro perché i gentlemen nel frattempo erano spariti, così avviene per lo shot clock che chiuderà definitamente la bocca a tanti. Speriamo.

Nadal è l’indiziato numero 1 per arrivare numero 1 a fine anno. Però saranno i 4000 punti del Nord America a farci capire dove vuole andare Federer, dove vuole andare Nadal e dove vuole andare Djokovic. Ancora una volta il destino del tennis è nelle mani di quei 3. Piaccia o non piaccia.

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