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Wimbledon 2018: 10-8 sotto un tetto

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Djokovc, Federer e…Nadal. Non poteva mancare all’appello l’altro protagonista di questa edizione dei Championships che oggettivamente si pone su piano superiore a tante edizioni recenti dello stesso torneo e tutti gli Slam in generale. Dopo la Undécima Rafa si era preso una bella pausa per poter recuperare le forze dopo che sulla terra battuta aveva matato tutti, tranne uno. Il tris di 11, che non esiste nel poker, ma da quest’anno esiste nel tennis, faceva presagire ad una stagione moscia sull’erba, superficie che da tanti anni a questa parte ha regalato solo delusioni cocenti al 17 volte campione Slam. Tutto cominciò nel lontano 2012. In una calda serata di prima estate un giovane ceco stava per commettere un regicidio. Dopo aver disputato 5 finali su altrettante partecipazioni, saltando l’edizione del 2009, Nadal fu improvvisamente fucilato dai colpi di Lukas Rosol. Molti italiani lo ricordano, però non si capisce il perché. Contemporaneamente a quella partita si era giocato uno storico Italia-Germania agli Europei e la doppietta di Balotelli aveva riportato tutti gli italiani per le strade a festeggiare dopo l’indimenticabile rigore escatologico di Grosso. Tanti appassionati di calcio non sanno nulla di tennis, ma i pochi appassionati di calcio e di tennis seguivano sul livescore l’andamento del match magari con una bandiera tricolore in mano e una bevanda fresca. Da quel momento in poi Wimbledon è diventato un incubo per Nadal. Ancora più clamorosa fu l’uscita con Darcis nell’edizione successiva. Darcis, giocatore che non ha nessuna qualità, e che però verrà ricordato sempre per questa “impresa”. Nel 2014 è un variopinto mulatto australiano a prendersi gli onori della cronaca per aver fatto fuori il campione del Roland Garros, però almeno questa volta si era arrivati al quarto turno. Gira la ruota ed è ancora un semi-sconosciuto a prendersi gli applausi: è Dustin Brown, il giamaicano di Germania, o il tedesco cannaibico, se preferite. Però nel 2015 Rafa si presentava con tante attenuanti, se altro gli 0 titoli sulla terra battuta europea e tante e tante sconfitte. Amarissimo è il 2016 con il ritiro al Roland Garros che si trascina per tanto, troppo tempo. Non c’è tempo per recuperare per Wimbledon e a Londra non si presenta uno dei maggiori protagonisti della nostra epoca. Nel risorgimento del 2017, quello del comeback a cannibale della terra, si erge Gilles Muller, reo di impiattare la partita dell’anno contro Nadal sconfitto dagli specchi e dal long set. Questo excursus storico serve a farci capire che il conto con Wimbledon per Rafa si era chiuso da un pezzo, e oggi risuonano più forti che mai le parole di chi lo vide trionfare con la puzza sotto al naso nel 2008, additando il campione maiorchino quale profanatore del Tempio Sacro per via del suo giuoco più fisico che tecnico, più potenza e meno tattica. Queste voci si sono disperse nell’aria quando a vincere il torneo più importante del mondo sono stati prima Djokovic e poi Murray, appartenenti alla razza dei pallettari che hanno infestato l’erba. Un po’ come avviene nella musica in cui un nuovo genere viene da principio odiato e vilipeso e poi a poco a poco rivalutato fino a essere considerato “bello”, anche Nadal è stato rivalutato per quello che ha fatto qui. La sua musica non sarà come quella di Federer, però quando suona le suona a tutti. E non sta certamente dietro ad altri che sì sanno suonare, ma non come lui.

L’algoritmo verde gli dà la tds 2 a scapito del 1° posto nel ranking, ma cambia poco, visto che gli abbinamenti delle semifinali sono diventati casuali ed essere 1 o 2 non cambia niente. Per Nadal è stato sorteggiato, Elo alla mano, il tabellone più duro, con poche insidie fino al quarto turno per poi incontrare nei cani rognosi come Del Potro e Djokovic dai quarti in poi. Già ad Hurlingham aveva mostrato una buona condizione, e la rinuncia forzata al Queen’s era stata una buona scelta. Il tabellone ti dà una mano fino alla quarta partita? Bene, perché non approfittarne? Eccoci serviti. Primo turno contro il brevilineo Dudi Sela e facile 3 set a 0. Rafa non appare brillante, ma è tutto nella norma. L’erba è alta, la terba è poca e la papera non galleggia. Stesso copione contro Kukushkin. Il terzo turno doveva essere il primo ostacolo serio, ma così non è stato. Il mal apostrofato erbivoro De Minaur, non ha la stoffa per mettere in difficoltà uno come Nadal, anche se per gli esperti quello esperto dei prati verdi sarebbe l’australiano. Spazzato via, con appena 7 game concessi. Nel quarto turno ci doveva essere Fognini (*risata da sit-com americana*). Come dare fiducia a Fafo che di erba non ne ha vista mai? Ci sarebbe anche Schwartzman, però non è tanto diverso dal Fogna nazionale. È un malcapitato Jiri Vasely a prendere il posto, l’eventuale posto di Muller 2017. La paura che possa scapparci l’upset c’è. E visto che è sempre stato un insospettabile il Rafacida, perché l’eroe del Principato non può essere cerchiato con il pennarello rosso? La partita però va come deve andare, a prescindere da scaramanzie e cabale. Altri 3 set a 0, quarti di finale dopo 7 anni e nel frattempo (un po’ prima) era arrivata la certezza di mantenere il numero 1 del mondo anche dopo il torneo a prescindere dai risultati di tutti.

Sì, però ora c’è Juan Martin Del Potro, e la musica cambia. Fin da subito si capisce che non sarà una partita come le altre. La potenza dell’argentino è al top, Nadal becca sempre gli angoli giusti per far muovere l’avversario ed ecco a voi una partita, signori! Nel primo parziale è Rafa ad avere la meglio, la sgasata decisiva arriva nel 12° gioco quando un dritto sul nastro argentino consegna alla tds 2 il primo set point. Viene sbagliato per colpa di una risposta di dritto su una seconda che non va. C’è un’altra occasione. È quella buona, Del Potro commette un errore gratuito e si consegna a Nadal. 1 a 0. Stesso copione nel 2° set, solo che contemporaneamente si sta giocando e sta finendo il dramma di giornata con Federer che stava perdendo contro Anderson. Non si capisce come mai chi sta sul Centrale segua un’altra partita, però il match point Anderson destabilizza tutti che non si accorgono come Del Potro breakki Nadal e si porti a servire per il set sul 5 a 4. Rafa non ci sta. Furia ceca e controbreak immediato. Si va fino al tiebreak ed è qui che la partita si infiamma. Il 6-3 manacoregno sembra la pietra tombale del set e della partita, però che partita epica sarebbe? Del Potro annulla di mestiere i primi 2 set point per poi arrivare IL doppio fallo fatale per lo spagnolo. Ce n’è un quarto. Piovono missili e Del Potro glije fa i bozzi. Il punteggio gira e un missile accomodato dal nastro consegna il set al campione di New York 2009. 1 set pari. Dalla guerra lampo ci passa alle trincee. L’inerzia della partita gira e ora è Juanito a comandare. Gioca bene anche negli scambi lunghi e si difende benissimo quando è Nadal ad accorciare lo scambio. Sale fino al 5-4 e breakka a zero il suo avversario. 6 a 4. 2 set a 1 per l’Argentina. Rafa è alle corde, forse è arrivato il capolinea. “Me sta matando”, grida Il numero 1 del mondo, che non può nulla contro i colpi anche con velocità superiore a 100 km/h della tds numero 5. L’erba però sa essere ingannevole. Per ben 2 volte il gigante di Tandil cade a terra e ne approfitta Nadal per breakkare e salire prima 5-3 per poi chiudere sul 6-4. Il cambio di scarpe per Del Po non serve. Siamo 2 set pari. La partita si infiamma. Nel terzo game si concentra tutta l’essenza di questo sport. Dopo uno scambio durissimo Del Potro riesce a mettere una volèe in tuffo vincente. Non è Becker e il botto di quando tocca terra è più sonoro di quello dei bei tempi del tedesco dai capelli rossi. Nadal però non molla. C’è un altro punto spettacolare in cui Rafa va a prendere ogni cosa. La palla va fuori dal campo e il numero 1 del mondo è costretto a farsi abbracciare dai ricconi della prima finale che presenziano il Centre Court. Scena comica, scena vera. C’è estremo equilibrio, però è la tds numero 2 a giocare più saggiamente chiamando a rete l’avversario con dei drop velenosi. È suo il break e il conseguente 4-2. Ci sono anche delle palle del contro-break però non si passa. Si vede di tutto, però il punteggio non si schioda. Del Potro fa di tutto per prendersi il controbreak, però Nadal chiude in bello stile con un serve&volley. È la partita dell’anno, è una partita storica. Difficilmente un altro incontro supererà come bellezza, intensità, potenza questo match in questo 2018. Forse solo una finale scoppiettante a Flushing Meadows potrebbe starle davanti.

La storia della semifinale è una storia nota, e si è fatto ampio approfondimento nel primo editoriale dedicato a Wimbledon 2018. Da un lato c’è la consapevolezza di avere ritrovato un Rafa competitivo anche sull’erba e numero 1 del mondo con grande margine sul secondo, tanto da legittimarne la leadership che in questi ultimi mesi è stata molto ondivaga tanto da non riconoscere il numero 1 del mondo come tale, ma solo un primus inter pares. Dall’altra rimane il dubbio su una partita, quella con Djokovic, che si doveva giocare senza tetto, con le luci quando necessario, e che doveva finire in una giornata. L’indoor ha forse dato quel quid in più al ritrovato Nole per avere la meglio su un altrettanto ritrovato Nadal che poteva andare a prendere uno dei record più straordinari della storia del tennis: quello della tripla doppietta Roland Garros-Wimbledon, riuscita solo al grande Borg, ma consecutivamente e quando era giovanissimo. Finalmente la collezione dei mostri di fantozziana memoria è finita, e una grandissima semifinale entra nel pallottoliere spagnolo. Semifinale persa però, come mai accaduto a Londra. L’idea generale è che forse Rafa ha buttato via il titolo diverse volte in quella famosa semifinale sotto il tetto. Prima nel tiebreak del 3° e poi sul 7 pari dell’ultimo set. Anderson molto probabilmente sarebbe stato polverizzato come già fatto a New York. La storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Amare un’altra volta, chissà quando verrà, per questo dalla vita prendo quello che dà.

A questo punto della stagione non rimane altro che preparare la tournée nordamericana con la consapevolezza che si può fare bene. C’è da difendere il titolo di New York. Però il margine è tanto. C’è un altro amico a tavola che l’anno scorso non c’era: si chiama Novak Djokovic. Il tabellone easy dell’anno scorso resta una lontana chimera, e ancora una volta sarà il sorteggio a dirci dove finirà Nole, con la consapevolezza, questa volta, che la sua collocazione peserà come un macigno sui 2 Masters 1000 del Nord America e sullo Slam statunitense. Ci sarà anche la novità dello shot clock. Il tanto agognato shot clock che dovrebbe essere l’orologio che non solo segna la fine del tempo necessario per servire, ma anche la fine di Nadal ad alti livelli, visto che è grazie al continuo sforando dei 25, 20 negli Slam, secondi necessari a battere che gli ha permesso di vincere 79 titoli, di cui 17 Slam. Il contatore, perché il clock è essenzialmente un contatore che va a tempo per chi non lo sapesse, sarebbe rimasto fermo a 0. Neanche Sopot sarebbe entrato nel palmarés di Nadal. Nel 1970 gli US Open furono il primo Slam che introdusse il tiebreak, chiamato giustamente dal punto di vista grammaticale all’epoca “tiebreaker”, ossia “spezzatore di pareggio” e non “tiebreak”  termine che si riferisce all’oggetto del gioco del decisivo, a quello che fa lo spezzatore di pareggio e non a quello che è. E fu una grandissima novità. Forse nessuno aveva pensato che questo escamotage per accorciare le partite sarebbe stato uno dei nodi più scottanti delle statistiche, “spareggiando”, contrariamente a quando dice il suo nome, i conti che con il tiebreak vanno magari a favorire di chi ha fatto leggermente male nel set, ma che poi ha prevalso nel gioco decisivo. Fu talmente rivoluzionario il tiebreaker che dopo il 6 pari il giudice di sedia metteva una bandierina rossa per ricordare che non si doveva seguire il normale flusso della battuta. Dopo 6 punti non era difficile vedere l’umpire ricordare ai giocatori che dovevano cambiare campo. Chissà a cosa porterà questo shot clock. Magari a delle novità che non sappiamo prevedere. Forse per la prima volta verrà applicata con rigore una regola del buonsenso che è quella di non perdere troppo tempo tra un servizio e un altro. Non a caso mai severamente punita, proprio perché regola non determinante in un giuoco tra gentlemen. Però così come gli inglesi non usano l’arbitro nel calcio perché i signori che lo giocavano erano dei galantuomini e dovevano essere gli stessi protagonisti ad evidenziare le infrazioni e poi sono stati costretti a mettere l’arbitro perché i gentlemen nel frattempo erano spariti, così avviene per lo shot clock che chiuderà definitamente la bocca a tanti. Speriamo.

Nadal è l’indiziato numero 1 per arrivare numero 1 a fine anno. Però saranno i 4000 punti del Nord America a farci capire dove vuole andare Federer, dove vuole andare Nadal e dove vuole andare Djokovic. Ancora una volta il destino del tennis è nelle mani di quei 3. Piaccia o non piaccia.

Wimbledon 2018: C’era un giapponese in coma

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Dopo i doverosi omaggi al trionfo di Djokovic, passiamo alle note dolenti di questa edizione straordinaria dei Championships. L’uomo più atteso, proprio lui, era Roger Federer e non poteva essere altrimenti, visto che l’algoritmo verde gli ha assegnato la tds 1 nonostante fosse il numero 2 del mondo. Dopo la batosta di Halle si aspettava il riscatto elvetico e soprattutto un gioco più efficiente e performante di quello visto in Germania. Però prima delle partite, ossia di quello che conta, c’è un retroscena non da sottovalutare che ha scosso un po’ l’ambiente del tennis tutto, visto che non si muove foglia che Roger non voglia. Dopo anni e anni di sponsorizzazione da parte dell’azienda americana Nike, Rogé ha deciso di non prolungare il contratto, in realtà scaduto a marzo, per abbracciare l’offerta della giapponese Uniqlo, già fornitrice ufficiale di Nishikori, e in passato, di Novak Djokovic. Più che il passaggio finanziario, economico, che è plausibile in una logica in cui impera il professionismo, ergo il dio denaro, fa scalpore l’abbandono di un marchio che da sempre è stato icona dell’immagine di Federer. La Nike ingaggiò Roger quando era ancora ragazzino. Non è strana questa policy, anzi è da decenni l’impronta digitale della Nike che aggancia fin da subito quelli che hanno delle ottime prospettive e che possono diventare campioni. La Nike è stata una delle prime aziende a capire che pagare milioni di dollari ad un atleta perché indossi i suoi manufatti (si fa per dire) dia un ritorno economico non indifferente, per quanto possa sembrare illogico che vendere delle scarpe che porta Tizio o Caio possa portare alle casse dell’azienda molti più milioni di quelli che si spendono. Il precursore di questo trend è stato Michael Jordan, che forse qualcuno sa, iniziò le sue avventure sul parquet con le Adidas. Presto l’azienda di Beaverton capì che era lui l’uomo immagine dell’NBA e dello sport americano in generale, e iniziò a pagarlo profumatamente perché indossasse le scarpe con lo sbuffo. Fu così che negli scaffali deli articoli sportivi iniziarono a comparire le Air Jordan, scarpe “da tennis” di dubbio gusto, che però valevano qualche centinaio di mila lire dell’epoca solo perché le indossava Jordan. I ragazzini di tutto il mondo si invaghirono di queste scarpe e da qui iniziò la reazione a catena che coinvolse tutti gli sport. Non esiste uno sport in cui la Nike abbia investito dei soldi. Il baffo è possibile vederlo anche nelle palline da golf, in quelle di football, nei caschi del lacrosse (oltre all’ovvia presenza nel mondo del calcio). Con gli anni la Nike è diventato quasi uno standard nel mondo dello sport, e anche se la sua linea può piacere o meno, è stata sempre lei a dettare la moda. Una sorta di punto di riferimento che decide cosa è bello e cosa non lo è. Ed è per tutti questi motivi che diversi Federer fans hanno storto il naso su questa scelta. Va bene il contratto milionario decennale: si parla di 30 milioni di dollari l’anno per 10 anni, anche se poi pare che l’offerta sia scesa a 10 milioni l’anno, però Roger non puà perdere un tassello immancabile nel suo mosaico di peRFezione che ormai lo contraddistingue da anni. La linea Uniqlo non ha nulla a che vedere con quella della Nike. Per quanto possa essere lo stesso Giorgio Armani a disegnare la sua linea, la concorrente americana sarà sempre un passo avanti, proprio perché portatrice dello standard, portatrice del bello. Ci sono diverse aziende tessili che producono degli ottimi capi per il tennis, come Sergio Tacchini o la stessa Lacoste, anche belli esteticamente, ma la Uniqlo non ha né il “peso politco”, né soprattutto lo stile per produrre dei capi “belli” per Federer. Nishikori è stato il capro espiatorio di questa tendenza che ha spinto i suoi compatrioti ad investire così tanto in questo settore di nicchia e su un 36enne che inesorabilmente ha alle spalle il meglio della sua carriera. Sembra quasi scontato che ormai Roger sia incamminato verso le Olimpiadi di Tokyo, che potrebbero essere il capolinea della sua carriera, capolinea in cui magari si scapperà un oro targato Uniqlo.

Tolta la digressione estetica ci si concentra sui risultati del campo che fino all’ultima partita sono tanti eccezionali, però ad un certo punto è arriva la grande mazzata che nessuno si aspettava. È stato strano vedere un giocatore di 36 anni essere favorito a Londra, eppure era Roger l’uomo da battere secondo i bookmakers e secondo tutti gli esperti. La vittoria a Stoccarda, la finale ad Halle e soprattutto i 3 mesi di stop volontario in cui la terra battuta è stata (forse) vista alla TV in pantofole, facevano presagire ad un altro trionfo dello svizzero che già l’anno scorso aveva vinto qui e senza perdere un set, come mai gli era capitato. Inutile ribadire che Roger aveva puntato tutto su questo torneo, che è quello che più gli si addice e quello in cui ha maggiori possibilità di vittoria, data la superficie, l’erba, in cui non esistono più “specialisti” e sempre circoscritta ad uno spicchio troppo stretto di stagione.

La prestazione un po’ altalenante e non certo lusinghiera di Halle era stata completamente messa in archivio quando è sceso in campo il 1° lunedì ad inaugurare, come da tradizione, il Centre Court, con l’erba fresca, tosta che ce poi attaccà un quadro. Lajovic è stato spazzato via con pochi complimenti ed è iniziata la conta dei servizi tenuti consecutivamente, i set vinti consecutivamente, tutti i record à la Rogé. Stessa sorte è spettata a Lacko nel secondo turno. Ancora servizio immacolato, addirittura mai ai vantaggi e record che lievitavano. Nel terzo turno c’era Struff e a parte qualche parente, nessuno lo ha mai visto giocare sull’erba. Anche lui regolato facilmente. L’unica nota positiva del tedesco è quella di essere arrivato a 5 game in un set, per il resto tutto da dimenticare. La prima testa di serie incontrata è stata Adrian Mannarino. Si aspettava Borna Coric, però il croato ha avuto un contrattempo e si è fermato alla prima stazione, quella russa di Medvedev. Il vincitore di Halle, chiamato a confermare dove conta il lusinghiero risultato teutonico, è stato spazzato via alla prima difficoltà. Il risultato è semplice: il tabellone già easy per Federer diventa ancora più easy. Talmente easy da fare schifo. Il primo set contro Mannarino è esemplificativo. Il francese non c’è in campo. Troppo brutto da vedere perché si possa parlare di una partita seria nel Manic Monday, il giorno dei giorni del tennis. Bagel nel primo e partita andata inesorabilmente. Federer tira il freno nei rimanenti 2 parziali e ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo, allungando ancora la serie di servizi vinti consecutivamente. Il cammino innocente di Roger continua con un altro giocatore che non ha la minima intenzione di essere paragonato al suo avversario. Ha fatto finale a New York, ma tutti si ricordano di lui per essere stato uno dei peggiori finalisti Slam degli ultimi anni e dell’era Open. Se il suo servizio potente può rappresentare un grattacapo per qualche giocatore da fondo, per un tennista dal grande servizio e dal bel giuoco da fondo come Federer le sue skills sono del tutto attaccabili e vulnerabili da chi sta dall’altra parte della rete. In parola povere: Roger non ha mai sofferto i bombardieri. Non è difficile arrivare a questo assunto, data la struttura intrinseca di una partita di tennis. Chi batte e batte bene e dall’altra parte ha un giocatore scarso in risposta tiene bene i suoi turni di servizio. Se batte il bombardiere e non è al 100% quando inizia lo scambio vede arrivare delle palle alle quali non può arrivare. Come se non bastasse il tiebreak in questo schema premia di più il non bombardiere, che può permettersi di entrare nello scambio in quel punto del gioco decisivo, evenienza non contemplata dal bombardiere che non può sbagliare nulla. Ecco perché Anderson è dato a 10 e Federere a 1.02. Sono quote da primo turno di un ATP 250, non di un quarto di finale Slam. Le prime battute della partita sembrano rispecchiare a pieno il paradigma pocanzi esposto e il 6-2 iniziale è il lemma ad un assioma visto e rivisto. Kevin non ne ha da fondo e se si entra nello scambio è lento e sbilenco. Nulla di nuovo sotto il sole. Va un po’ meglio nel 2° set quando almeno il servizio sudafricano va bene e si arriva così al tiebreak. Qui la tds 8 spara a salve e imbarca acqua da tutte le parti. Il 2° set va, come previsto, in Svizzera e si attende solo il 3° e ultimo set. Il parziale scorre via liscio fino alla 10° gioco. Al servizio c’è Anderson. Parte bene, però poi sbaglia clamorosamente. Vantaggio Federer ed è match point. Non va. Anderson si toglie dalle sabbie mobili e addirittura si permette di breakkare il Re nel turno di battuta successivo. Incredibile come da qui in avanti inizi un’altra partita, non prima però di avere visto il NON Show elvetico. Il set non è ancora chiuso e nonostante la striscia dei servizi tenuti consecutivamente sia andata c’è da chiudere il set e il match. 0-40 e 3 palle per il controbreak. Ancora sprecone svizzero. Non ci si crede. Sembra una partita stregata e lo è. Anderson vince 5 punti consecutivi e si porta a casa il 3° set. Federer non è più Federer. Nella mente gli balena il match point sprecato e all’improvvisto si accende la luce sudafricana. Anderson diventa superiore nello scambio. È agile. Non lascia nulla al caso e si permette anche qualche passante. La versione beta scarsa dello svizzero più forte di sempre ritorna sul Centre Court dopo tanti anni. Anderson ottiene il break nel 7° gioco e da lì fino alla vittoria del set, non senza avere annullato ancora (2) palle break. Federer aveva vinto la partita, ora deve ricostruire tutto da capo. Non c’è tiebreak e questo è un guaio. Se si va oltre il 6 pari il bombardiere ha un leggero vantaggio. Sì, siamo sul 6 pari, long set sia e sberle a oltranza. Tutti giocano al meglio sul proprio servizio e come 2 squadre che vogliono pareggiare, nessuna delle 2 vuole affondare. La tenzone si allunga e tra il nervosismo generale non si riesce ad avere un vincitore. È Federer a precipitare nel baratro al 23° gioco. È lui a cedere per primo la battuta. Nessuno dei presenti vuole crederci. Anderson batte e si porta a casa game, set e match, è lui il vincitore di una sfida che ha visto Federer avanti di 2 set, con match point a favore, e con maggiori punti fatti. È la prima volta che capita allo svizzero un affronto del genere. La partita per le statistiche è abbondantemente sua, ma non per l’arbitro che deve assegnare la vittoria a chi fa l’ultimo punto. Tutte le certezze di questo Wimbledon scontato evaporano come neve al sole. Anderson va in semifinale e non sa nemmeno lui come ha fatto.

La non difesa del titolo costa cara alla tds 1 che si vede distanziare da Nadal che nel frattempo arriva fino alle semifinali. Rafa è avanti di 1740 punti nella race rispetto allo svizzero nonostante abbia saltato tutta la tournée primaverile in America. Anche il ranking penalizza molto Federer, però qui c’è la cambiale newyorkese per Rafa che pesa tanto e non si esclude che proprio nella grande Mela ci possa essere un altro sorpasso. La sfida per il numero 1 di fine anno è ancora lunga e solo dopo gli US Open ci potranno fare bene i conti.

Però, a prescindere dalle classifiche, quello che più fa scalpore e il non risultato di Federer che poteva e doveva vincere a Londra. Poteva perdere con un grande come Nadal o un ritrovato Djokovic, non certo da Anderson che non ha un briciolo di tennis per poterlo battere. Uscire ai quarti di finale lo riporta indietro di tanti anni, gli anni in cui era stato messo alla porta dai suoi più acerrimi rivali. Però in quell’epoca contavano molto i risultati, anche quelli intermedi, oggi contano meno per un Federer che vuole solo allungare il palmarès con altri tornei, anche minori, perché no, per raggiungere il non tanto lontano 109 di Connors e concentrarsi sugli Slam, ma solo quelli sul veloce. Il Roland Garros ormai è un non tanto bello lontano ricordo. Il prossimo obiettivo sarà Toronto, però con l’asterisco, visto che l’anno scorso la campagna canadese non fu foriera di buoni risultati, anzi fu la causa dei malanni che lo portarono a saltare uno dei suoi tornei preferiti, quale Cincinnati, e a non essere al 100% per gli US Open. Se Federer ha imparato la lezione dovrebbe andare direttamente nell’Ohio. Non si capisce perché non debba saltare un altro Masters 1000 visto che ne ha saltati a iosa quest’anno, e uno più uno meno non farebbe la differenza. Però Federer è Federer. L’uscita prematura a Wimbledon lo proietta verso una scelta diversa da quella preventivata ed sarà ancora la fame di record quella che lo porterà con ogni probabilità a Toronto a rincorrere Connors e qualsiasi altro record che ancora non gli appartiene. La speranza del mondo del tennis è di vederlo giocare a prescindere. Chissà cosa penserà in queste 3 settimane, oltre al match point sprecato con Anderson e ai milioni giapponesi.

Wimbledon 2018: Day 14, Finale maschile, Djokovic vede il 13° Slam

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Wimbledon 2018: Day 13, Finale femminile, Serena vede la Court

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Wimbledon 2018: Day 12, Semifinali maschili

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Wimbledon 2018: Day 11, Semifinali femminili

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Quarti di finale maschili

È stata una giornata incredibile quella di ieri a Wimbledon, una di quelli che segnano un prima e un dopo nella storia del tennis: Roger Federer è stato a un punto dalla sua ennesima semifinale a Wimbledon contro il sudafricano Kevin Anderson, forte di un vantaggio di due set a zero in un incontro difficile ma che sembrava aver incanalato per il verso giusto. Proprio quando il più sembrava fatto ha cominciato a formarsi però una delle più grandi sorprese tennistiche degli ultimi anni: da quel momento, da quel match point fallito, il sudafricano ha innalzato ancora di più il proprio livello di gioco, mentre lo svizzero ha cominciato a mostrare poco a poco il fianco all’avversario. Tredici ad undici nel set decisivo e Federer abdica: un campione come lo svizzero non deve ovviamente dimostrare nulla ma una sconfitta del genere, a “casa sua” fa rumore e sa di occasione persa. Contro Anderson ci sarà un altro gigante della racchetta: John Isner vince una battaglia di aces (31 a 25 per il canadese) in 4 set contro il canadese Raonic e si regala la prima semifinale Slam della carriera. Una stagione incredibile quella di Big John, un 2018 in cui ha già vinto il primo mille a Miami. Isner si prende il più importante risultato Slam, proprio in quel tempio verde in cui anni fa giocò contro Mahut un’indimenticabile partita al quinto set. La parte bassa del tabellone presenterà una semifinale assolutamente nobile, con due campionissimi della racchetta assoluti: se Djokovic ha vita relativamente facile contro il giapponese Nishikori (battuto sul centrale in 4 set) e lancia un messaggio forte gridando al mondo del tennis di essere finalmente tornato, Rafa Nadal sopravvive all’argentino Del Potro, battuto in un quinto set leggendario in cui pesano come macigni le tante palle break fallite dal sudamericano di Tandil, ben 5. Davvero memorabile il quinto set, dove il rifiuto della sconfitta fa impennare a vette magnifiche il livello di gioco. Cadute fragorose, tentativi disperati di recuperare punti già persi andando in braccio al pubblico e colpi eccezionali: una battaglia che avremmo desiderato non finisse mai.

Del Potro, arrivato all’appuntamento senza aver riposato per il rinvio del match con Simon, tra una volée in tuffo e fucilate di dritto a lasciare i solchi su ciò che resta dell’erba del centrale, subisce il break con un rovescio incrociato da brividi. È IL colpo del due volte campione che, però, è costretto ad annullare cinque palle del contro-break sia sul 3-2 che sul 4-3.Finisce con un bellissimo abbraccio una partita stupenda che verrà ricordata a lungo e che passerà alla storia, partite come questa sono l’essenza del nostro sport.

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Wimbledon 2018: Day 10, Quarti di finale maschili

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Wimbledon 2018: Day 9, Quarti di finale femminili

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Manic Monday

Il Manic Monday, la giornata più bella tennisticamente di ogni anno, è andata. L’anno scorso ci aveva regalato la partita dell’anno, quest’anno invece poche sorprese e favoriti tutti avanti o quasi. In primis Roger Federer, che ha annientato il povero Mannarino sul Centre Court. Lo svizzero si è imposto con il punteggio di 6-0, 7-5, 6-4 in un’ora e 45 minuti i e vola nuovamente ai quarti di finale nel giardino di casa. Partita mai in discussione per Roger che vince il suo 32esimo set di fila all’All England Club, a due soli set dal suo precedente record. Fanno notizia nel dominio elvetico le 4 palle break avute dal Mandarino, tutte ovviamente annullate…Federer infatti si presenta ai quarti senza mai aver ceduto il servizio, dove ad aspettarlo ci sarà lo Struzzo Anderson. Il sudafricano ha faticato non poco per venire a capo della pratica Monfils, non a caso non ci aveva mai vinto un set nei 5 precedenti. Sull’erba però non ci avevano mai giocato ed infatti il servizio del buon Kevin ha fatto la differenza.

L’altro match maschile sul centrale vedeva protagonista il numero 1 del mondo Rafael Nadal opposto a Jiri Vesely, un servebot scaduto.   Il maiorchino torna dunque ai quarti di Wimbledon, traguardo che non raggiungeva dal torneo del 2011, quando perse in finale da Djokovic. Vesely si dimostra avversario senza troppe pretese per un Nadal tonico e concentrato: 6-3, 6-3, 6-4 in meno di 2 ore. Per Rafa ai quarti di finale ci sarà uno tra Simon e Del Potro. Essì perché l’Orso non è riuscito a chiudere la pratica Simon: il 7-6(1), 7-6(5), 5-7 provvisorio rimanda il verdetto a martedì e l’oscurità strizza l’occhio al Campeón che attende il vincente di questo ultimo ottavo consapevole di poter contare su un giorno di riposo precluso al suo prossimo avversario.

A battere l’oscurità ed il suo avversario è riuscito invece Novak Djokovic, autore di una prova eccellente che lo conferma appena dietro i favoriti per la conquista del titolo.
Il serbo liquida il gigante Karen Khachanov in tre set ed evita il rinvio a martedì: 6-4, 6-2, 6-2 e quarti di finale contro Kei Nishikori. Un quarto molto alla portata conoscendo l’attudine ben poco erbivora del giapponesino, che ieri se l’è vista brutta con il Barone Gulbis. Alla fine è stato decisivo il tiebreak del terzo dove si sono viste diverse perle stile WTA; purtroppo Gulbis ha ceduto di schianto al quarto.

L’ultimo quarto di finale sarà una sfida a chi ce l’avrà più grosso (il servizio), con il Platano senza cuore Raonic che ha messo fine alla favola di Mac 2.0 e Isner che ha tarpato le ali al giovane Tsitsipas.

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Wimbledon 2018: Day 8, Manic Monday

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Manic Monday

Il Manic Monday, la giornata più bella tennisticamente di ogni anno, è andata. L’anno scorso ci aveva regalato la partita dell’anno, quest’anno invece poche sorprese e favoriti tutti avanti o quasi. In primis Roger Federer, che ha annientato il povero Mannarino sul Centre Court. Lo svizzero si è imposto con il punteggio di 6-0, 7-5, 6-4 in un’ora e 45 minuti i e vola nuovamente ai quarti di finale nel giardino di casa. Partita mai in discussione per Roger che vince il suo 32esimo set di fila all’All England Club, a due soli set dal suo precedente record. Fanno notizia nel dominio elvetico le 4 palle break avute dal Mandarino, tutte ovviamente annullate…Federer infatti si presenta ai quarti senza mai aver ceduto il servizio, dove ad aspettarlo ci sarà lo Struzzo Anderson. Il sudafricano ha faticato non poco per venire a capo della pratica Monfils, non a caso non ci aveva mai vinto un set nei 5 precedenti. Sull’erba però non ci avevano mai giocato ed infatti il servizio del buon Kevin ha fatto la differenza.

L’altro match maschile sul centrale vedeva protagonista il numero 1 del mondo Rafael Nadal opposto a Jiri Vesely, un servebot scaduto.   Il maiorchino torna dunque ai quarti di Wimbledon, traguardo che non raggiungeva dal torneo del 2011, quando perse in finale da Djokovic. Vesely si dimostra avversario senza troppe pretese per un Nadal tonico e concentrato: 6-3, 6-3, 6-4 in meno di 2 ore. Per Rafa ai quarti di finale ci sarà uno tra Simon e Del Potro. Essì perché l’Orso non è riuscito a chiudere la pratica Simon: il 7-6(1), 7-6(5), 5-7 provvisorio rimanda il verdetto a martedì e l’oscurità strizza l’occhio al Campeón che attende il vincente di questo ultimo ottavo consapevole di poter contare su un giorno di riposo precluso al suo prossimo avversario.

A battere l’oscurità ed il suo avversario è riuscito invece Novak Djokovic, autore di una prova eccellente che lo conferma appena dietro i favoriti per la conquista del titolo.
Il serbo liquida il gigante Karen Khachanov in tre set ed evita il rinvio a martedì: 6-4, 6-2, 6-2 e quarti di finale contro Kei Nishikori. Un quarto molto alla portata conoscendo l’attudine ben poco erbivora del giapponesino, che ieri se l’è vista brutta con il Barone Gulbis. Alla fine è stato decisivo il tiebreak del terzo dove si sono viste diverse perle stile WTA; purtroppo Gulbis ha ceduto di schianto al quarto.

L’ultimo quarto di finale sarà una sfida a chi ce l’avrà più grosso (il servizio), con il Platano senza cuore Raonic che ha messo fine alla favola di Mac 2.0 e Isner che ha tarpato le ali al giovane Tsitsipas.

 

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Continua il The TML Challenge con la 7a giornata. Il modulo per giocare si trova al seguente link (Comunicatelo a chi non è solito leggere “l’articolo”, please).

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Wimbledon 2018: Day 7, Middle Sunday

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Il Day 6

E’ un testa a testa continuo quello tra Roger Federer e Rafael Nadal. Lo spagnolo per ora sembra tenere il confronto, alla distanza, ribattendo colpo su colpo. A farne le spese ieri è stato l’australiano De Minaur, travolto con il punteggio di 61 62 64. Sotto il sole di Londra Nadal domina la scena contro il giovane australiano e disputa il suo miglior match del torneo per guadagnarsi la seconda settimana e gli ottavi di finale. Dopo due turni di rodaggio con Sela e Kukushkin, Nadal alza l’asticella e mostra tutto il meglio del suo repertorio contro Alex De Minaur: con questa vittoria gli ottavi dello scorso anno sono confermati e pertanto anche il primato nel ranking mondiale al termine del torneo.

Ma ieri c’era un altro campione di Wimbledon in campo, Novak Djokovic.  Era il match più atteso di giornata quello tra lui e l’idolo di casa Kyle Edmund; e i due tutto sommato non hanno deluso le attese. Edmund infatti è strato strepitoso per un set, giocando un tennis tutto in spinta che ha messo Djokovic all’angolo. Sfruttata l’unica chance di break, Edmund è salito un set avanti e ha costretto il serbo a tirare fuori la sua miglior versione post 2016. Nole è stato bravissimo a rimanere sempre concentrato con la testa e a girare la partita in suo favore, chiudendo in 4 sets.
Chi non si è salvato questa volta è Alexander Zverev. Nessuna oscurità a portarlo fuori dal campo, nessun avversario a tremare sul più bello. Ancora una volta negli slam la promessa del tennis mondiale torna a casa molto presto. Autore dell’upset del giorno è il redivivo Ernests Gulbis, attuale numero 138 del mondo e proveniente dalle qualificazioni, ma anche tennista di grandissimo talento ed ex Top10 come tutti sappiamo. Il lettone si è levato la soddisfazione di rimontare Zverev in una partita sempre ben condotta e che forse avrebbe potuto chiudere anche prima, se non fosse inspiegabilmente uscito dal match dopo il set point non convertito nel terzo. Ma 3/5 è un altro sport e Gulbis ha ampiamente meritato la vittoria nei successivi due parziali.
Prosegue invece spedito il cammino di Del Potro, che ritrovato ormai lo è da tempo, ma che in questa prima settimana di Wimbledon ha fatto vedere grandi cose. Già perché gli avversari incontrati erano tutti tennisti potenzialmente fastidiosi; Juan Martin Del Potro invece gli ha regolati senza troppo badare a compromessi, senza mai perdere set pur andandoci vicino ieri con Paire.
A chiudere il programma di una giornata infinita Nishikori e Kyrgios. Entrati ormai a serata inoltrata, i due hanno dato vita a una partita conclusasi forse prima del previsto. Demeriti di Kyrgios, attesissimo, che si è invece arreso in 3 set: 6-1, 7-6, 6-4 il punteggio.

…by Carlito

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